Isaia parla al futuro con parole di pane: «Verranno molti popoli e diranno: venite, saliamo al monte del Signore». E poi la frase che pesa come una promessa mantenuta solo a metà: «Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,3-4).
È una visione disarmata, un mondo che cambia utensili: le lame diventano vomeri, il ferro torna a servire la terra. Natale arriva ogni anno a ricordarcelo, eppure il calendario è di nuovo ferito. Le luci tremano sopra mappe accese, le notizie entrano in casa come vento freddo. Ci scambiamo auguri mentre si contano missili, si scavano rifugi, si moltiplicano i confini. La profezia di Isaia non ha smesso di parlare, siamo noi che spesso abbiamo smesso di ascoltare. O peggio: abbiamo ascoltato e poi voltato le spalle.
C’è stato, però, un Natale in cui le parole scesero a terra. Era il 1914. Nelle trincee della Grande Guerra, il fango arrivava alle caviglie e la morte stava in fila. La vigilia, dal buio, si alzarono canti. In tedesco, in inglese, in francese. “Stille Nacht” attraversò il filo spinato. Le mani uscirono senza fucili, i soldati si guardarono in faccia, si riconobbero uomini. Si scambiarono sigarette, pane, fotografie. Qualcuno improvvisò una partita di calcio su un campo che il giorno prima era un tiro incrociato. Per poche ore la guerra dimenticò se stessa. Fu una tregua senza ordini, un’obbedienza al cuore. Poi il mattino seguente arrivò il comando, e l’assurdità riprese a marciare.
Quella pausa resta una ferita luminosa nella storia: prova che la profezia non è impossibile, solo fragile. Quei giorni passarono alla storia come “la tregua di Natale”, ragazzi giovanissimi, che per poche ore smisero di “giocare” alla guerra e impararono a diventare uomini, fratelli. Si guardarono, poi, per l’ultima volta, si sorrisero, qualcuno si abbracciò e di nuovo ripresero a spararsi, calati nelle trincee come morti sotto terra. Che assurdità la guerra!
Allora la domanda torna, insiste, bussa con vigore: quella di Isaia è una profezia che abbiamo tradito? Forse l’abbiamo rimandata, forse l’abbiamo delegata a domani. Oggi, nel nostro presente carico di armi e di paura, Natale chiede più di una memoria. Chiede una decisione. Non tradire la profezia significa cominciare a forgiarla, ognuno nel suo metro di mondo. Spezzare la spada che abbiamo in mano, anche quando è solo una parola. Realizzare Isaia non è solo un miracolo: è un lavoro umano, da fare adesso.

