Di solito Giovanni il Battista lo immaginiamo con la voce che graffia l’aria del deserto, un uomo d’ossa e cuoio, che non fa sconti a nessuno. Ma il Vangelo di Matteo lo sorprende in una postura diversa: in carcere, chiuso tra pietre umide, lontano dalla linea dell’orizzonte dove era abituato a puntare lo sguardo. Da lì, dalla sua cella che odora di ferro e di attesa, manda a chiedere a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».
È la domanda di un uomo intero, non piegato dalla prigionia. Giovanni ha speso la vita per annunciare un Altro, e ora, mentre le catene gli segano i polsi, custodisce l’unica cosa che non possono portargli via: la speranza. Lui, ruvido come la scorza degli alberi del Giordano, essenziale come pane duro, non esita a mettere in campo tutta la sua fame di verità. È l’ultimo dei profeti, eppure parla con il fiato corto dei reclusi. In quel «dobbiamo aspettare un altro?» passa la corrente elettrica di tutte le attese umane: l’attesa di un giusto, di un senso, di un giorno che riscatta le notti.
In quella domanda, che taglia i secoli, vibra anche la nostra voce, quando riusciamo ancora a farla uscire. Perché oggi, più che nel tempo di Giovanni, pare essersi spenta la brace dell’attesa. L’uomo contemporaneo non aspetta quasi più nessuno: ha dismesso la fiducia. Vive in una specie di apnea morale in cui il futuro è ridotto ai minuti successivi, e il resto è nebbia. La speranza escatologica, quella che alza lo sguardo e lo porta oltre il presente, è diventata un esercizio sospetto, un’ingenuità da evitare. Così, invece di custodire un’attesa, custodiamo il niente.
La terza domenica di Avvento, chiamata gaudete, ricorda che non è sempre stato così. Deve il suo nome all’introito latino della Messa — Gaudete in Domino semper, «Rallegratevi sempre nel Signore» — (cf. Lettera ai Filippesi). È una sosta luminosa nel cammino sobrio dell’Avvento: un invito a respirare gioia, a credere che l’attesa non è vuoto ma promessa. La liturgia veste il colore rosaceo, segno che la notte è già incrinata dall’alba. È la Chiesa che, come Giovanni, si sporge dalle sue prigioni interiori e domanda: «Sei tu?». E riceve in risposta le opere del Cristo, che curano, rialzano, aprono gli occhi: segni di un Dio che non delude.
In questo frammento di anno, mentre l’inverno avanza, la voce del Battista ci riafferra: non smettere di attendere. Perché, come scrive Benedetto XVI nella Spe salvi: «La grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può offrirci ciò che da soli non possiamo raggiungere».
E questa, nessuna prigione può soffocarla.

