Ite, Missa est – Avvento, un deserto da abitare

In questa seconda domenica di Avvento, il vangelo ci porta nel deserto con Giovanni Battista. Non è una geografia di sabbia e rocce, ma una geografia dell’anima.
Il deserto biblico è luogo di silenzio, di distanza dal frastuono, di ascolto. È il teatro dove la voce si fa udibile senza competere con altre voci, dove il cuore può percepire la presenza che chiama, ammonisce e prepara.
Nell’Antico Testamento. il deserto accompagna il popolo d’Israele come un respiro sospeso. Gli ebrei, guidati da Mosè, attraversano terre sterili e immense, e lì Dio interviene: nutre, guida, istruisce. Il deserto è prova e alleanza insieme, esperienza del vuoto che educa alla fiducia. La condizione di fragilità non è punizione, ma possibilità di aprirsi, di ascoltare, di riconoscere la propria dipendenza dal divino. È spazio interiore che corrisponde al paesaggio esterno, dove la distanza dalle sicurezze quotidiane rende la parola di Dio più vicina.
Il Nuovo Testamento porta questa esperienza all’intensità del singolo. Il vangelo di Matteo racconta Giovanni Battista che grida nel deserto, richiamando alla conversione e all’attesa. Il deserto è ora luogo di confronto personale: il precursore invita a raddrizzare le vie del cuore, a liberarsi da ciò che oscura la visione, a creare uno spazio di attenzione interiore. La voce del Battista è severa, ma non giudicante: invita a liberarsi dalle distrazioni, a raccogliersi nel silenzio dove la coscienza può riconoscere se stessa e la presenza divina.
L’Avvento è tempo di entrare nel proprio deserto. La vita moderna ci ha abituati a un rumore incessante e assordante, a voci che coprono la nostra coscienza. Entrare nel deserto non è fuga, ma pratica di ascolto: sgomberare il cuore, svuotare l’anima dai frastuoni, lasciare spazio alla parola che prepara. Il deserto diventa allora luogo di attesa e di trasformazione, dove la voce – fragile e intensa – richiama al discernimento, alla presenza, alla responsabilità. In questo silenzio si scopre che la promessa non esplode, ma si manifesta con lentezza: come radice che affonda, come acqua che scava, come parola che penetra senza urlo.
L’Avvento ci insegna che il tempo di attesa non è vuoto: è tempo fertile, che custodisce la possibilità di incontrare ciò che veramente conta. Nel deserto interiore, tra aridità e sospensione, impariamo a riconoscere la consistenza della parola che insegna a misurare il passo e ad abitare l’invisibile. È lì, nell’attesa paziente e consapevole, che la voce che grida trova ascolto, e che ogni uomo può rinascere, pronto ad accogliere la luce che arriva senza clamore, ma con tutta la sua forza segreta.

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