La morte di Dio non è libertà, ma smarrimento

«Dio è morto» – scrive Nietzsche nella Gaia Scienza (aforisma 125), annunciando uno dei passaggi più celebri e sconvolgenti della filosofia moderna. Non è un grido di esultanza anticlericale, ma l’atto con cui il pensatore tedesco registra il crollo dei fondamenti metafisici dell’Occidente.
La morte di Dio, per Nietzsche, apre uno spazio nuovo: l’uomo non è più vincolato a un ordine superiore, ma finalmente libero di creare se stesso. Da questo vuoto nasce la figura del Superuomo, colui che forgia il proprio valore senza dipendere da alcuna trascendenza. E tuttavia, proprio quel vuoto, che avrebbe dovuto essere liberazione, si è spesso trasformato in smarrimento.
La cultura contemporanea, privata di un orizzonte stabile, ha sperimentato l’ambiguità dell’autosufficienza assoluta. L’uomo, rimasto solo, ha scoperto che la libertà senza un fine rischia di dissolversi in puro nichilismo. Il sogno nietzschiano mostra così i suoi limiti: l’esaltazione dell’individuo non ha colmato la domanda di senso, ma l’ha resa più acuta.
In questo scenario si inserisce la riflessione del cardinale Matteo Zuppi, che ad Assisi ha parlato della «fine della cristianità» non come una sconfitta, ma come una opportunità. Non più una fede sostenuta da strutture sociali o abitudini culturali, bensì una fede che può ritrovare la sua autenticità, la sua capacità di parlare al cuore dell’uomo. L’uscita da un mondo “cristiano per inerzia” può rendere la Chiesa più evangelica, più missionaria. E forse è proprio qui che Nietzsche e il Vangelo si incontrano e si scontrano: nel desiderio di un’umanità compiuta.
Il Superuomo voleva essere la risposta al senso perduto, il Figlio dell’uomo, invece, ci invita alla ricerca di un Altro, una relazione che non annulla, ma fonda la libertà. In questa ultima domenica di novembre inizia il Tempo di Avvento.
L’Avvento è attesa viva, gravida di speranza: è il tempo opportuno che invita a tornare a guardare a Dio non come a un concorrente dell’uomo, ma come a Colui che lo conduce alla sua pienezza. Come ricorda il profeta Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce» (Is 9,1). E nel Vangelo Gesù afferma: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Dio non schiaccia: libera. Non toglie spazio all’uomo, ma lo restituisce a se stesso.
L’Avvento ci ricorda che il vero compimento non nasce dall’autoaffermazione, ma dall’incontro con Colui che viene a illuminare il nostro cammino. È in questa attesa che l’uomo ritrova ciò che aveva perduto: il senso, la direzione, la speranza capace di reggere agli urti la vita.

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