Violenza di genere, si abbassa sempre più l’età dell’aggressore

Ieri mattina, in centro a Salerno, un uomo ha tentato di uccidere sua moglie a martellate. L’intervento della polizia ha scongiurato il peggio. Eppure, a dieci giorni dalla Giornata nazionale contro la violenza sulle donne, di femminicidi e di maltrattamenti se ne sente ancora parlare. L’aspetto che, al contrario, è meno conosciuto riguarda proprio gli uomini autori di violenza. Perché, una volta finiti in carcere, non ci restano per sempre. La maggior parte si appella a quella disposizione del Codice Rosso che consente di ridurre la durata della pena subordinandola al trattamento terapeutico.
Al Cuav (Centro per gli uomini autori di violenza) di Pontecagnano, gestito dal Dipartimento della salute mentale dell’Asl di Salerno, lavora il dottore Fabio Martino, presidente tra l’altro dell’associazione “A voce alta” di Salerno, che offre un servizio gratuito di prima accoglienza e presa in carico di uomini che hanno deciso di cambiare atteggiamento.
Dottore, quanti sono gli uomini che seguono questo percorso?
«Attualmente lavoro con trenta uomini a settimana, ma le richieste aumentano e le liste d’attesa sono lunghe».
Si riferisce al Cuav dell’Asl?
«Sì. La maggior parte arriva dopo aver ottenuto la sospensione condizionale della pena».
Quindi sono pochi quelli che ci arrivano spontaneamente?
«Purtroppo sì».
Si può tracciare un profilo degli uomini violenti?
«La violenza non ha età e prescinde dalla condizioni sociali. Certo, si tratta spesso di uomini con una bassa cultura, ma c’è anche il classico ed insospettabile impiegato di banca. C’è però un dato allarmante legato all’età».
Qual è?
«Si sta abbassando l’esordio del comportamento violento, che troppo spesso compare nella tarda adolescenza. Parliamo di 20-22 anni».
Come se lo spiega?
«L’influenza dei social, dove si vede ancora un “maschile” fatto di condizionamenti culturali patriarcali. Ma anche della musica trap, che ne modella i pensieri ed i comportamenti».
L’altrieri a Napoli, una donna ha accoltellato il compagno. Accade anche questo?
«È come se uno schiavo uccidesse il suo padrone dopo anni di sfruttamento. Ciò non significa che la schiavitù sia finita».
Si spieghi meglio.
«Premesso che si tratta di casi isolati, ma il femminicidio ci parla di un ordine sociale, in cui l’uomo è associato al potere e la donna ha la colpa di ribellarsi al potere. Dietro l’omicidio per mano di una donna non c’è la cultura del possesso, del dominio e del controllo, semmai ci sono anni di violenza che è stata obbligata a subire per via di quella stessa cultura che avalla il potere dell’uomo. La criminologia li definisce omicidi reattivi, perché nati dalla difesa».
La settimana scorsa, invece, un uomo si è fatto arrestare per evitare di uccidere sua moglie.
«Bene. Vuol dire che ha preso atto che qualcosa lo avrebbe spinto al gesto estremo e quindi ha chiesto aiuto».
Come si comportano durante le sedute di gruppo?
«Si raccontano tra di loro e scoprono realtà che per loro erano normali, addirittura espressione di amorevolezza, ed invece normali non lo sono affatto».
Il Parlamento sta dibattendo sull’introduzione dell’educazione sessuale a scuola. Che ne pensa?
«Chiediamoci come mai, nonostante la letteratura scientifica dice di lavorare sullo sviluppo dell’identità di genere, si vuole fare un passo indietro. Ci spavientiamo se un ragazzino di 10 anni parla di sesso, mentre a 7 gli diamo il cellulare. Si sta ritornando ad un moralismo che rischia di rinforzare il sistema patriarcale».

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