La dinamica della conversione

Nella Sacra Scrittura, la conversione è un movimento di ritorno e di rinnovamento. In ebraico, il termine “shûb” significa tornare, volgersi indietro: un atto di inversione che segna il rientro dell’uomo nel rapporto originario con Dio. Il profeta Osea invita: “Torna, Israele, al Signore tuo Dio, perché hai inciampato nella tua iniquità” (Os 14,2). Il verbo esprime il dramma della libertà.
Nel Nuovo Testamento, il concetto viene approfondito col termine greco “metánoia”, da metá – oltre e noûs – mente. Convertirsi, significa, cambiare mente, invertire la rotta, rinnovare il proprio intelletto spirituale per assumere lo sguardo di Dio. Gesù inaugurerà la sua predicazione con l’appello: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Si tratta, dunque, di una trasformazione profonda del pensiero e del cuore, una rinascita interiore che coinvolge l’intera persona, ristrutturandone le priorità e le scelte. La conversione diventa così un percorso dinamico e continuo, una tensione verso la pienezza della vita spirituale e morale.
In Manzoni, la conversione trova un’esemplificazione narrativa di straordinaria intensità. L’Innominato, uomo di potere e di violenza, vive isolato nel suo castello, simbolo di una coscienza chiusa e sterile, in cui il male e la solitudine hanno trovato dimora. L’incontro con Lucia, che gli oppone la forza disarmata della fede, innesca la crisi: nella notte tormentata, il male accumulato diventa insostenibile e la coscienza inizia a interrogarsi sul senso della propria vita. È il momento della metánoia: la lotta interiore fra disperazione e desiderio di redenzione, tra tenebra e luce, che rivela l’umanità nascosta anche nei cuori più chiusi. All’alba, nell’incontro col cardinale Borromeo, l’Innominato trova il volto concreto della misericordia, la presenza vivente di Dio attraverso l’altro. Il pianto, l’abbraccio, il perdono siglano la rinascita: “L’innominato, sciogliendosi da quell’abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: “Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono”.
In quell’atto, la grazia diventa gesto, relazione, incarnazione del “ritorno” biblico, dimostrando come la conversione non sia un concetto astratto, ma un’esperienza concreta e relazionale. L’Innominato non è più l’uomo della paura, ma colui che ha scoperto la libertà del bene. Come Israele che ritorna, come il figlio minore del Vangelo che ritrova la via di casa, egli rappresenta l’itinerario universale della conversione: il passaggio dall’autosufficienza al riconoscimento di un Altro che salva.

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