«Più dialogo tra sanità e magistratura»

Sono trascorsi dieci anni dalla chiusura degli ospedali pschiatrici giudiziari che, oggi sono stati sostituiti dalle Rems. In Italia ci sono 31 Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza con 650 posti letto: la metà rispetto ai 1.300 dei vecchi Opg. A tracciare un bilancio della riforma è Michele Miravalle, professore associato al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino e coordinatore dell’Osservatorio di Antigone sul carcere.
Professore, perché le Rems sono diverse?
«Perché non sono un punto d’arrivo, un luogo dove internare persone con distursi psichici perché non si sa dove metterle Ma sono l’inizio di un percorso teso al reinserimento sociale, quindi rappresentano solo un luogo di transizione. Il vero problema è: cosa fare dopo?»
Cosa fare?
«Continuare il percorso nelle comunità territoriali, che però sono ancora poche».
Poche e private.
«Infatti, perché non pensare a realizzare comunità pubbliche? Perché non pensare a rafforzare i centri di salute mentale?»
Aumentare i posti letto delle Rems, sarebbe un primo passo?
«Certamente c’è bisogno di più luoghi, ma puntare solo su questo è sbagliato, perché non risolve il problema ma lo sposta. Gli ospiti delle Rems non sono pacchi postali o palline da flipper da trasferire da un luogo all’altro, alla ricerca di un “recinto” dove confinarli».
Però ci sono liste d’attesa lunghissime.
«Si parla di 700 persone, ma questo è un dato tutto da verificare perché, laddove funzionano le Rems e i servizi sanitari territoriali, il problema delle liste d’attesa diventa relativo. E non c’è da allarmarsi perchè avere 700 persone in lista d’attesa non significa avere altrettanti assassini in libertà pronti ad uccidere, ma vuol dire che ci sono tante persone che stanno seguendo un percorso terapeutico in altri centri e, nella maggior parte dei casi, quando arriva il loro turno per entrare in Rems, non ce n’è più bisogno perché la terapia ha funzionato».
Il Csm insiste con la sua richiesta ed anche la politica sembra d’accordo. C’è forse un timido tentativo di ritornare ai vecchi opg?
«Non molto timido, direi. Per fortuna la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso presentato dal Tribunale di Viterbo sulla presunta incostituzionalità del regime a numero chiuso delle Rems, ritenendo che le persone in lista d’attesa non sono affatto libere ma seguite dal servizio sanitario o dalle comunità territoriali. Negli ultimi tempi si è sviluppata una vera ossessione nella ricerca di nuovi posti per ospitare i detenuti che soffrono di disturbi psichici, perché è chiaro che non è facile gestire una persona nelle nostre carceri sovraffollate. Ma non bisogna costruire più recinti, piuttosto c’è da interrogarsi sull’adeguatezza degli spazi penitenziari».
Mi sembra di capire che lei è a favore del numero chiuso, dunque?
«Assolutamente sì e bisogna mantenere ferma questa posizione, altrimenti anche le Rems sarebbero sovraffollate».
Chi sono gli ospiti delle Rems?
«Persone che hanno commesso reati di media-alta gravità a cui è stato diagnosticato un disagio psichico. Ma, negli ultimi anni, è arrivata anche la categoria non ben inquadrata degli “antisociali”, che sono violenti e trasformano le Rems in sezioni distaccate del carcere».
Sono i giudici che ne dispongono la detenzione?
«Sì, ma c’è bisogno di un maggiore dialogo tra la magistratura ed i servizi sanitari di salute mentale per costruire un percorso condiviso ed evitare allocazioni sbagliate».
Quale sarebbe la sua soluzione?
«Io eliminerei dal codice penale l’incapacità di intendere e di volere e la pericolosità sociale, di modo che si sconta comunque la pena ma in modo diverso ed adeguato».

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