Quando ha appreso la notizia dell’ennesimo suicidio in carcere, la presidente dell’associazione «Nessuno tocchi Caino’ Rita Bernardini ha puntato subito il dito contro il sovraffollamento. «La maggior parte dei suicidi – ha detto – avviene negli istituti sovraffollati, perché i servizi sono ridotti e c’è uno scarso controllo dei casi più difficili».
Come quello del ragazzo morto ad Ariano Irpino che soffriva di disturbi psichiatrici?
«Certo. Nelle carceri si fa un uso spropositato di psicofarmaci per tenerli buoni per sopperire alla mancanza di psicologi e psichiatri che, in alcune strutture, non ci sono affatto».
Il ministro Nordio ha dichiarato che il sovraffollamento è una forma di controllo dei suicidi, perché molti vengono sventati proprio dai compagni di cella.
«Cose assurde che vengono dette da chi il carcere non lo conosce, non sa cosa sia e si limita a leggere solo le relazioni che gli arrivano».
Cos’è invece il carcere?
«E’ il luogo dove aumentano sempre di più le sezioni sovraffollate e chiuse, dove si verificano la maggior parte dei suicidi. Nelle strutture in cui ci sono attività, lavoro e dove funziona bene la scuola, il numero dei suicidi si abbassa notevolmente. Nei regimi chiusi, invece, accade che, quando i detenuti escono per l’ora d’aria, chi resta in cella ed è esaurito e senza speranza ne approfitta per farla finita senza che nessuno se ne accorga. Sono troppi e non c’è uno psicologo che parli con loro e gli psichiatri si limitano a rifornirli di psicofarmaci a gogò. Siamo davvero molto preoccupati, perché rischiamo di guadagnarci il record dei suicidi e delle morti in carcere»
Le morti, cioè, causate da carenza di assistenza medica?
«Sì, perché il carcere non è in grado di fornire una sanità che affronti la gravità della situazione. Con Roberto Giachetti, continuiamo a presentare interrogazioni in cui elenchiamo casi di persone non supportate psicologicamente o non curate a causa della carenza di personale. Anche le Rems vanno “riconcepite” perché vanno rafforzati i servizi sanitari di prossimità sul territorio che possono intercettare il disagio psichico».
Cosa si deve fare per evitare questo record?
«Prima di tutto ridurre il numero dei detenuti».
Pare che nella futura riforma della giustizia è stato presentato un emendamento che ritardi la custodia preventiva. Potrebbe essere una soluzione?
«Non sono riuscita ancora ad avere questa bozza. Per onestà va detto che, sebbene i numeri della custodia cautelare siano ancora alti, tuttavia negli ultimi anni sono diminuiti di circa dieci punti. Resta sempre la necessità che la carcerazione preventiva sia l’extrema ratio, ma occorre prima di ogni cosa rivedere le politiche proibizioniste sulla droga.».
La maggior parte dei detenuti è tossicodipendente. Le politiche antidroga non hanno funzionato?
«In carcere il proibizionismo fa in modo che la droga acquisti un valore immenso rispetto al suo valore reale. Ho visto famiglie di detenuti distrutti dalla continua richiesta di soldi per acqusitare la droga, che sappiamo tutti essere diffusissima in carcere. Quindi, fino a che avremo queste leggi, gli istituti penitenziari saranno stracolmi».
Sono tanti anche i morti di overdose.
«Appunto, ma non si può parlare di regolamentazione perché vanno subito di matto».
Si riferisce alla politica?
«Io per parlarne ho dovuto disobbedire e autodenunciarmi. Volevo farmi arrestate ma hanno preferito rilasciarmi a piede libero e non processarmi».
Parla di quando denunciò la coltivazione di piante di marijuana a casa sua?
«Io cerco sempre il dialogo con le istituzioni, ma quello che non vogliono capire è che il proibizionismo fa dilagare il fenomeno delle dipendenze problematiche senza alcun controllo. Lo Stato ha appaltato alle mafie un fenomeno sociale, ma il proibizionismo è così forte con i suoi enormi proventi che è in grado di corrompere financo gli Stati e il tessuto politico».

