Viaggio all’interno di una casa rifugio anti-violenza

Anna ha 37 anni e ha tre figli di otto, undici e dodici anni. E’ arrivata in codice rosso qualche settimana fa e la sua situazione non è affatto facile.
Anna non si trova in ospedale e, in verità, Anna non è neppure il suo vero nome perché vive sotto protezione. Deve essere protetta da un uomo violento che l’ha mandata più volte in ospedale prima di trovare ospitalità in una casa rifugio.
Siamo in un piccolo paesino a sud di Salerno, in una struttura colorata di giallo ma blindata dal grigio delle inferriate installate su porte e finestre. Dove batte sempre il sole sul grande terrazzo che circonda la villetta e sulle storie di maltrattamenti e violenze fisiche che abitano le sue stanze. Anna è una delle sei donne vittime di violenza ospitate nella struttura. Quando è arrivata, sia lei che i suoi tre figli facevano fatica a dormire di notte. Il più piccolo gridava di continuo «Non mi toccate».
Fatima, invece, ha 32 anni, e anche il suo è un nome di fantasia. E’ di origini marocchine e occupa la stanza accanto a quella di Anna. E’ ospite della struttura da due anni. Anche lei ha dei figli: uno di tre anni e l’altro di quattordi mesi che è nato all’interno della casa rifugio. E’ arrivata in Italia per ricongiungersi con suo marito che lavorava già da tempo in provincia di Napoli. L’uomo la picchiava anche quando era incinta del secondo bambino. Non è stato facile convincerla a sporgere denuncia. Poi, però, si è decisa ed era già nella struttura quando ha dato alla luce il suo secondo figlio.
«Non è stato facile interagire con lei – racconta Barbara Graziani, avvocato e responsabile della casa rifugio – perché non si lasciava aiutare. Rifiutava ogni supporto psicologico e legale che attiviamo per ogni donna che ospitiamo. Colpa certamente di un redaggio culturale che la faceva sentire ancora legata al marito in quanto donna completamente dipendente, anche economicamente, dall’uomo».
Quando ha partorito il secondo bimbo, Fatima ha cercato finanche di mettersi in contatto con suo marito in carcere.
«Pensava che la nascita del secondo figlio – ricorda Barbara Graziani – avrebbe cambiato le cose. Per fortuna siamo riuscite ad intercettare la telefonata e a farla desistere dal desiderio di tornare a casa. Nonostante siano trascorsi due anni, il percorso da fare con lei non è ancora finito perchè questa ragazza, così come le altre, vive in uno stato di soggezione tale nei confronti di quell’uomo che rende complicato il percorso di consapevolezza. Ma anche perchè capita spesso che, durante il percorso, queste donne dimenticano quello che è successo ed il motivo per cui si trovano qui e cominciano a prendersela con gli operatori, come se fossero i loro carcerieri».
Il primogenito di Fatima ha cominciato a frequentare la scuola dell’infanzia che si trova a piano terra della struttura. Anche i figli di Anna vengono mandati a scuola. Per le donne, invece, sono stati attivati corsi di cucito e di cucina.
«Dopo la terapia psicologica – spiega la responsabile della casa rifugio – vengono attivati percorsi di formazione al lavoro, perchè la cosa più importante per queste donne è renderle indipendenti economicamente altrimenti il rischio che, una volta fuori dalla sruttura, possano ritornare dai mariti è davvero alto».
Nella piccola struttura a sud di Salerno non ci sono solo donne che provengono da situazioni familiari e culturali precarie, ma anche libere professioniste con un passato di certo non difficile. «Di solito queste ultime – chiarisce la responsabile – sono di passaggio, perché tovano comunque altre sistemazioni. Eppure il numero delle richieste di ospitalità cresce sempre di più».
Infatti, gli ultimi dati forniti di recente dai carabinieri del comando provinciale di Napoli, parlano di di 4.532 casi di violenza di genere tra arresti e denunce, per una media di 16 casi al giorno.

Torna in alto