Potrebbe essere di utilità nel dibattito quotidiano sulla pace, in quest’ora agitata della nostra storia contemporanea, richiamare alla memoria l’ultima enciclica di Giovanni XXIII, Pacem in terris, promulgata l’11 aprile del 1963.
Papa Roncalli scrisse l’enciclica sulla pace in un contesto che, con i dovuti e necessari distinguo, aveva diversi punti di contatto con il nostro tempo. Vi era un clima di forte tensione globale dovuto dalla cosiddetta Guerra Fredda, l’esasperante e continua minaccia delle armi nucleari, che dal secondo dopoguerra aveva portato le superpotenze mondiali, USA e URSS, ad armarsi con il rischio concreto di un terzo conflitto mondiale; ricordiamo, ad esempio, la crisi dei missili di Cuba nell’ottobre del 1962. Oggi sono cambiati gli uomini, i contesti, la geopolitica, forse, gli obiettivi, resta, tuttavia, la stessa minaccia.
Papa Francesco, in più occasioni, ha parlato di terza guerra mondiale a pezzi in atto. L’enciclica Pacem in terris era rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, come scritto nell’intestazione, a ricordaci che la pace la si può perseguire a condizione che ci sia la buona volontà: «A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. Compito nobilissimo quale è quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio» (n. 87).
Il Papa ebbe il coraggio di infrangere il concetto consolidato di guerra giusta, parlando di una pace, «compito immenso» di ogni uomo, fondata sui valori di verità, giustizia, amore e libertà. Parlò di «convivenza tra i singoli essere umani», aprendo una strada verso la soluzione di ogni conflitto. La convivenza contro ogni tentativo di sopraffazione di un popolo sull’altro. Fuori da questa rotta difficilmente potrà verificarsi una pace stabile.
Ricordo che al liceo, il professore di storia spesso ci ripeteva, trattando dei Patti di Versailles, che nella conclusione del primo conflitto mondiale vi erano già presenti i presupposti del secondo. Stiamo, dunque, perseguendo una pace duratura oppure stiamo solo posticipando la catastrofe?
Nell’oscurità in cui siamo incappati, sono illuminanti le prime parole di Leone XIV, pronunciate il giorno della sua elezione: «Una pace disarmata e disarmante». Disarmiamo ogni concetto di pace!

