TEHERAN – L’Operazione Economic Outcast, lanciata dagli Stati Uniti per “strangolare” finanziariamente l’Iran e costringerlo a concessioni sul fronte mediorientale, sta producendo effetti immediati: blocco dei porti, minaccia di esclusione dal sistema finanziario americano per chi continua a commerciare con Teheran, avvertimenti ai leader mondiali. Ma la domanda che circola tra analisti e diplomatici è una sola: basterà? Secondo il Wall Street Journal, l’Iran ha trascorso anni a costruire un sistema parallelo di vendita del petrolio e di attività bancarie clandestine, progettato per resistere a un’offensiva economica prolungata. E oggi, sotto la pressione Usa, quel sistema è tornato a funzionare a pieno regime. Il blocco navale americano ha ridotto quasi a zero le esportazioni ufficiali di petrolio iraniano, la principale fonte di entrate del regime. Teheran, però, dispone ancora di milioni di barili stoccati su petroliere nelle acque asiatiche, soprattutto al largo della Malesia. La Cina — che acquista oltre l’80% del petrolio iraniano — continua a importare greggio attraverso un sistema di trasferimenti nave nave: petroliere sanzionate caricano il greggio; lo trasferiscono su altre imbarcazioni in acque internazionali; il carico arriva in Cina registrato come “non iraniano”. Secondo Vortexa, l’Iran avrebbe circa 80 milioni di barili stoccati, per un valore di miliardi di dollari potenzialmente recuperabili. Le sanzioni americane puntano a isolare i Paesi colpiti dal sistema finanziario Usa. Ma l’efficacia diminuisce quando gli Stati avversari evitano completamente il dollaro. L’Iran vende la maggior parte del petrolio alla Cina e le transazioni avvengono sempre più in yuan. Con quella valuta Teheran: acquista beni e servizi cinesi; baratta petrolio in cambio di infrastrutture realizzate da aziende di Pechino; aggira la supervisione dei funzionari americani. Durante la breve tregua estiva con Washington, l’Iran avrebbe incassato 6 miliardi di dollari in yuan. Il Wsj descrive un ecosistema crypto iraniano cresciuto rapidamente: miliardi di dollari in criptovalute usati per scambi e acquisti di armi; pagamenti derivanti dalla vendita di petrolio gestiti tramite exchange crypto, soprattutto con la Cina; utilizzo delle piattaforme da parte dei Guardiani della Rivoluzione. Gli Stati Uniti hanno reagito con: sanzioni contro exchange iraniani; sequestro di oltre 1 miliardo di dollari in valuta digitale. Ma il settore crypto è difficile da controllare: molte transazioni sono anonime e gran parte del mercato non è regolamentata. Le piattaforme sanzionate rappresentano solo “i nodi più importanti di una rete molto più ampia”. Nonostante gli sforzi per evitare il dollaro, Teheran ne ha ancora bisogno per: acquistare prodotti e armi; finanziare alleati regionali come Hezbollah e gli Houthi. Per questo gestisce una rete di società di comodo in centri finanziari come Hong Kong e Dubai, controllate da operatori di cambio iraniani. Queste società: trasferiscono proventi delle vendite di petrolio; convertono valute in dollari, euro o dirham; aprono nuove entità quando Washington ne sanziona una. Molte giurisdizioni, inoltre, sono riluttanti a contrastare la rete iraniana. Il sistema clandestino permette all’Iran di acquistare materiali per: droni, missili balistici, altre armi. Spesso da aziende cinesi: ignare dell’acquirente finale, troppo piccole per temere sanzioni, già scollegate dal sistema finanziario globale Il drone d’attacco Shahed, con componenti cinesi, è diventato una minaccia per gli alleati Usa e ha contribuito a erodere il vantaggio militare americano. L’Operazione Economic Outcast ha colpito duramente l’Iran, ma Teheran dispone di una rete sofisticata, flessibile e resiliente costruita in anni di isolamento. Petrolio occultato, yuan, criptovalute, società di comodo e filiere tecnologiche parallele: strumenti che non eliminano la pressione americana, ma la attenuano e rendono la sfida molto più complessa. Una guerra economica che, come osserva il Wall Street Journal, si combatte meno nei porti e più nelle pieghe invisibili della finanza globale.

