Responsabile del genocidio di Srebrenica e dell’assedio di Sarajevo, Mladić è morto in ospedale penitenziario. La Serbia ne aveva chiesto il rilascio umanitario
L’AJA – Ratko Mladić, l’ex generale serbo-bosniaco simbolo delle atrocità della guerra di Bosnia, è morto all’età di 84 anni in un ospedale penitenziario dell’Aja, dove era detenuto dal 2017 dopo la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. La notizia è stata confermata dal figlio Darko e dalle autorità serbe. Mladić è considerato il principale responsabile di alcune delle pagine più buie della storia europea del secondo dopoguerra. La sua figura incarna, più di ogni altra, il dramma di un conflitto che tra il 1992 e il 1995 provocò 100 mila morti e oltre due milioni di profughi. Il nome di Mladić è indissolubilmente legato al massacro di Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono uccisi 8 mila musulmani bosniaci, il più grave crimine commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, riconosciuto come genocidio dalla giustizia internazionale. Altrettanto devastante fu il lungo assedio di Sarajevo, 43 mesi di bombardamenti e attentati che causarono quasi 12 mila morti e oltre 50 mila feriti, colpendo la popolazione civile in modo sistematico. A questi si aggiungono persecuzioni, stupri di massa, pulizia etnica e la riapertura di veri e propri campi di concentramento, dove migliaia di prigionieri vennero torturati e uccisi. Nato nel 1942 a Božinovići, vicino Sarajevo, Mladić perse il padre a soli due anni, ucciso dagli ustascia croati. Un trauma che alimentò per tutta la vita un profondo odio verso croati e musulmani. La sua carriera militare iniziò nella guerra in Croazia nel 1991, al comando delle unità dell’Esercito jugoslavo a Knin. Nel 1992 divenne comandante delle truppe della Repubblica serba di Bosnia, conquistando in pochi mesi il 70% del territorio bosniaco grazie alla potenza militare jugoslava. Negli anni successivi scatenò una campagna di terrore nel nome della “Grande Serbia”, guidando operazioni che portarono a massacri, deportazioni e violenze sistematiche. Dopo gli accordi di Dayton del 1995, Mladić scomparve nel 1996, dando inizio a una latitanza lunga 16 anni, favorita da settori delle Forze armate serbe, dei servizi segreti e da ambienti politici conservatori. Fu catturato il 26 maggio 2011 in un villaggio nel nord della Serbia e consegnato al Tribunale penale internazionale dell’Aja. Il processo iniziò nel 2012 e si concluse nel 2017 con la condanna all’ergastolo. Negli ultimi anni Mladić era stato colpito da due ictus e un infarto, con un progressivo deterioramento delle condizioni di salute. Dal 2024 era ricoverato in un ospedale psichiatrico penitenziario, costretto a letto da oltre un anno e mezzo. La Serbia aveva chiesto il rilascio umanitario, sostenendo che fosse malato terminale, ma il Meccanismo per i tribunali penali dell’Aja aveva respinto la richiesta, affermando che Mladić riceveva «le cure palliative necessarie». La sua morte ha suscitato reazioni opposte nei Balcani. Il quotidiano nazionalista Politika lo ha definito «comandante eterno dell’esercito della Republika Srpska», celebrandolo come simbolo della difesa del popolo serbo. L’ex presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, ha dichiarato: «La Republika Srpska non dimenticherà il suo ruolo… È morto lontano dalla sua patria e dal suo popolo». Di segno opposto le parole delle Madri di Srebrenica, che hanno ricordato che la sua morte non cambia la verità giudiziaria: «La morte di Mladić non chiude la storia. Non diminuisce i suoi crimini né cambia i fatti accertati dal tribunale». Ratko Mladić lascia un’eredità profondamente divisiva: celebrato da una parte della Serbia come “eroe di guerra”, ricordato nel resto del mondo come uno dei principali responsabili delle atrocità dei conflitti balcanici. La sua morte chiude una vicenda giudiziaria, ma non le ferite di una guerra che continua a segnare la memoria collettiva dell’Europa.

