Zinedine Sidane, l’eternità del gesto e il destino di un Re

Esistono calciatori che vincono e calciatori che illuminano. Zinedine Zidane appartiene a quella rarissima categoria di atleti che hanno trasformato uno sport di contrasti e sudore in un’esibizione di estetica superiore. Per capire Zizou non basta guardare il palmarès, pur mostruoso; bisogna osservare il controllo di palla. Quel tocco di suola, quella “roulette” che mandava al bar i difensori, era il linguaggio di un uomo che comunicava con il mondo attraverso i piedi, mantenendo un silenzio quasi ascetico fuori dal campo.
La storia di “Yazid” (il suo secondo nome) inizia a La Castellane, un quartiere dormitorio di Marsiglia segnato da una forte immigrazione e da tensioni sociali. Figlio di Smail e Malika, fuggiti dall’Algeria prima della guerra, Zidane impara a sopravvivere e a sognare sul cemento della “Place de la Tartane”. È lì che affina una tecnica che non è figlia delle accademie, ma della necessità di non perdere mai il possesso in spazi stretti.
Il Cannes è il primo a scommettere su di lui. Jean Varraud, l’osservatore che lo scoprì, disse: “Parlava poco, ma la palla gli ubbidiva come a un incantatore”. Dopo il debutto a 17 anni e il passaggio al Bordeaux, dove trascina i “Girondins” fino alla finale di Coppa UEFA 1996, l’Europa si accorge che in Francia è nato qualcosa di diverso da Platini: più fisico, più felino, più universale.
Quando approda alla Juventus nell’estate del 1996 per soli 7,5 miliardi di lire, Zidane non è ancora il monarca che conosciamo. L’impatto con il calcio italiano è traumatico. Marcello Lippi, però, intuisce subito la sua natura: “Zidane non si tocca, giocherà sempre”. Sotto la Mole, il fantasista subisce una metamorfosi fisica e mentale. Diventa un atleta totale.
In bianconero, vince due scudetti in un’epoca in cui la Serie A era il centro del mondo. Ma è il 1998 l’anno della consacrazione definitiva. Mentre a Torino delizia il pubblico con assist impossibili per Del Piero e Inzaghi, a Parigi guida la Francia al suo primo titolo mondiale. La finale contro il Brasile di Ronaldo è il suo capolavoro: due colpi di testa (non certo la sua specialità) che abbattono i campioni in carica e lo proiettano verso il Pallone d’Oro. Zidane diventa il simbolo della Francia “Black-Blanc-Beur”, l’icona di un’integrazione possibile, il cui volto viene proiettato sull’Arco di Trionfo.
Madrid e la Volée di Glasgow
Nel 2001, Florentino Pérez decide che il giocatore più elegante del mondo deve vestire la maglia del club più prestigioso. Il trasferimento al Real Madrid per 150 miliardi di lire polverizza ogni record precedente. In Spagna, Zidane diventa il diamante della corona dei “Galacticos”, accanto a Figo, Ronaldo e Raúl.
Il 15 maggio 2002, all’Hampden Park di Glasgow, Zidane scrive il verso più alto della sua poesia. Un cross alto, lento, quasi svirgolato di Roberto Carlos spiove dal cielo. Zidane, fermo al limite dell’area, coordina il corpo in una torsione innaturale e colpisce al volo di sinistro (il suo piede “debole”). La palla si insacca sotto l’incrocio. È il gol più bello della storia della Champions League, il manifesto di una coordinazione che rasenta la perfezione coreografica.
Ogni grande epopea ha bisogno di una tragedia. Quella di Zidane si consuma il 9 luglio 2006. Al suo ultimo atto da professionista, trascina quasi da solo una Francia data per finita fino alla finale mondiale contro l’Italia. Segna un rigore con una “panenka” (il cucchiaio) che bacia la traversa, sfida Buffon con un colpo di testa miracolosamente parato, e poi, il buio. La testata a Materazzi è il gesto d’ira di un uomo che non ha mai rinnegato le sue origini di strada, un cortocircuito emotivo che lo porta all’espulsione. L’immagine di lui che passa accanto alla Coppa del Mondo, a testa bassa, è la fine di un’era. Molti pensavano che un genio del genere non potesse insegnare calcio, poiché ciò che lui faceva era istintivo e irripetibile. Zidane ha smentito tutti. Chiamato sulla panchina del Real Madrid nel gennaio 2016 per sostituire Benitez, ha dimostrato una gestione psicologica dei campioni senza pari. Il risultato? Tre Champions League consecutive (2016, 2017, 2018). Nessun allenatore nell’era moderna era mai riuscito a tanto. La sua capacità di restare calmo nelle tempeste, di leggere i cambi e di farsi rispettare da stelle come Cristiano Ronaldo lo ha reso un “unicum” anche nel ruolo di tecnico.
Oggi Zidane è un uomo in attesa, forse della panchina della nazionale francese, forse di una nuova sfida che stimoli la sua fame di bellezza. Rimane il ricordo di un calcio che non esiste più: un calcio fatto di stop orientati che valgono un gol, di finte di corpo che spostano le montagne e di una nobiltà sportiva che nemmeno un errore finale ha potuto scalfire. Zinedine Zidane non è stato un calciatore, è stato l’incarnazione del perché amiamo questo gioco.

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