Il problema non è (solo) l’etichetta. Né la polemica. Per Alessandro Mazzetti – storico, analista di geopolitica ed esperto di sistemi logistici, abituato a leggere eventi e reazioni dentro cornici più grandi – la scelta del fumettista Zerocalcare di non partecipare alla Fiera del libro di Roma per la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco – da lui definita «nazista» – rimette infatti al centro una questione più strutturale: come una democrazia misura la propria libertà culturale e quanto tollera, davvero, il dissenso. Una relazione fragile, conflittuale e spesso di parte tra memoria storica e spazio pubblico, tra identità politica e legittimità delle idee.
Professore Mazzetti, Zerocalcare ha deciso definito «nazista» la casa editrice Passaggio al Bosco. Da storico: è un corretto uso del linguaggio politico oppure una distorsione pericolosa del senso delle categorie del Novecento?
«Zerocalcare ha tutto il diritto di esprimere il suo disappunto e di disertare la Fiera. Io, però, al posto suo sarei più cauto nel ricorrere a paragoni storiografici, perché il nazismo -come il fascismo e il comunismo- è il prodotto di una società del secolo scorso, segnata dall’uscita dalla Grande Guerra. Oggi quella società non esiste più e, di conseguenza, è impossibile che si ripropongano quelle stesse strutture politiche».
Non è la prima volta che si registrano polemiche e comportamenti simili, a sinistra, verso editori e scrittori e autori “non allineati”. È il segno di un’egemonia culturale che fatica a tollerare punti di vista divergenti?
«Assolutamente vero. Si tratta di una sedicente egemonia culturale che rifiuta il confronto, che è il sale del sapere. In questo hanno una responsabilità anche le università troppo politicizzate. Mi riferisco al recente caso di Bologna, ma anche a quelli di Venezia e di Torino, dove al professor Angelo d’Orsi, gramsciano, è stato impedito di tenere una conferenza sulla Russia. Siamo di fronte ad atti violenti che nulla hanno a che fare con il pensiero».
Nicola Landolfi ha definito quella di Zerocalcare «una scelta giusta» e ha detto che «il confine tra vigilanza democratica e censura è la Carta repubblicana». Ritiene che in Italia questo confine sia stato sempre rispettato o la sua interpretazione è diventata essa stessa terreno di scontro politico?
«Non mi sorprende che il buon Landolfi abbia detto questo. Vorrei però ricordare che la nostra Carta costituzionale garantisce innanzitutto le libertà, a partire da quella di espressione e di opinione. Se le autorità inquirenti non hanno riscontrato pericoli, non vedo perché debba farlo uno sparuto nucleo di pseudo-intellettuali. Occorre anche osservare che io stesso ho scritto, e sto scrivendo, sulla Russia di Lenin: questo non fa di me un pericoloso bolscevico».
In generale, secondo lei, esiste una tendenza a escludere o marginalizzare una parte – o buona parte – del pensiero conservatore?
«Certo che sì, e non da oggi. Il conservatore mantiene un atteggiamento molto critico verso le mode pseudo-intellettuali del momento, che oggi si susseguono a una velocità inaudita. Per sua natura si ancora a due principi fondamentali: il rapporto tra diritto e dovere e l’etica dell’uomo, due pilastri che la società attuale sembra voler indebolire».
Il caso solleva un nodo che va oltre la polemica del giorno: come si valuta, in un Paese democratico, il grado effettivo di libertà culturale e la sua capacità di ospitare il dissenso senza trasformarlo in conflitto identitario?
«Credo che oggi il nodo centrale sia proprio quello identitario. Il nichilismo del mondo occidentale tende ad annullare le identità, sia nazionali sia individuali. Anche per questo assistiamo a tanta violenza e a una crescente incertezza».
Non è la prima volta che libri, autori, orchestre o istituzioni culturali vengono esclusi per ragioni politiche: da ultimo è accaduto con artisti russi dopo l’invasione dell’Ucraina. Quando la cultura diventa uno strumento di sanzione, che cosa diventa la libertà culturale: un’arma geopolitica, un gesto simbolico o un terreno di conflitto?
«Il quesito è molto affascinante. Mi limiterò a dire che oggi tutto è geopolitica. Abbiamo rinnegato scrittori russi sostenendo che non fossero europei, per alimentare una propaganda becera e nascondere molte lacune e responsabilità occidentali. Anche i vaccini del Covid hanno avuto una dimensione geopolitica; figuriamoci la cultura che per sua natura travalica i confini politici e geografici. Naturalmente, la vera cultura».
Come si educa – oggi – un lettore, uno studente, un cittadino a confrontarsi con testi “scomodi”, opinioni radicali o narrazioni alternative senza scivolare nella censura e nella propaganda?
«Il punto è proprio questo: la scuola e le università non educano più, si limitano a fornire competenze. Educare è certamente più faticoso e meno performante all’inizio, ma nel lungo periodo produce risultati maggiori perché forma le persone nel loro intimo, rendendole migliori e più capaci di affrontare le sfide. Ma questo è un dibattito che non interessa alla politica di oggi, men che meno a quella europea».

