Ucraina, pace ancora lontana. Nuova telefonata Trump-Putin

«Positiva». Così la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito la telefonata intercorsa ieri pomeriggio tra il presidente statunitense Donald Trump ed il suo omologo russo Vladimir Putin. Conversazione ampiamente annunciata – come quella che ha preceduto l’incontro in Florida tra l’inquilino della Casa Bianca e Volodimir Zelensky – ma di cui non è stato fatto trapelare nessuna indicazione sui contenuti. Yuri Ushakov, consigliere presidenziale russo, si è limitato a dire che Putin ha ribadito la disponibilità della Russia a collaborare “strettamente e in modo produttivo” con Washington per raggiungere la pace.
Non è dato sapere, dunque, se i due presidenti abbiano discusso solo degli esiti del vertice a Mar-a-Lago o se la discussione abbia toccato altri aspetti di politica internazionale o, come già più volte accaduto in passato, siano state messe sul tavolo ipotesi di collaborazione economica russo-americane all’indomani della fine del conflitto in Ucraina.
Di certo c’è che se Trump e Putin hanno concentrato la loro attenzione sugli esiti del vertice in Florida la conversazione non sarà stata troppo ricca di spunti: l’incontro tra Trump e Zelensky, infatti, non ha portato novità di rilievo sul fronte della trattativa diplomatica. Tutte le fonti sono concordi nel sottolineare come la distanza tra Stati Uniti ed Ucraina su alcuni passaggi essenziali sia rimasta sostanzialmente identica a quella che si registrava prima dell’incontro in Florida dello scorso fine settimana.
Se progressi si sono registrati sul tema delle garanzie di sicurezza statunitensi per l’Ucraina – anche se la richiesta di Zelensky di prolungarne la durata a 50 anni sembra essere rimasto solo un desiderio – nessun passo in avanti è stato fatto sulla futura gestione della centrale nucleare di Zaporizhia – sotto controllo russo fin dalle prime fasi della guerra – né, soprattutto, sul ritiro ucraino da quella porzione di Donbass ancora sotto il suo controllo.
Resta questo, infatti, il punto più delicato dell’intera trattativa, con Mosca che pone il ritiro ucraino dal Donbass come condizione minima per trattare, Kiev che non è intenzionata a cedere e Washington che ha proposto l’istituzione di una zona economica libera dai confini e contenuti decisamente fumosi. Anche se, in realtà, la Casa Bianca ritiene la cessione del Donbass alla Russia un doloro pegno che l’Ucraina deve pagare per raggiungere la pace.
Intanto, ad avvelenare ulteriormente i pozzi della trattativa, è arrivata la notizia di un attacco ucraino contro la residenza di Putin. «Kiev – ha detto il ministro degli Esteri Lavrov – nella notte del 29 dicembre ha lanciato un attacco con droni contro la residenza statale del presidente russo nella regione di Novgorod».
Un attacco, come ha sottolineato Lavrov, che avrà ricadute sia sul piano militare che su quello politico. Nel primo caso sarebbero già state programmate azioni di rappresaglia su obiettivi ucraini, politicamente, dice Lavrov, «la posizione negoziale della Russia sarà rivista tenendo conto del passaggio definitivo del regime di Kiev a una politica di terrorismo di Stato». Posizione che non significa, però, abbandono dei negoziati da parte russa.
Non si fa attendere la replica di Kiev, che smentisce seccamente ogni attacco diretto alla residenza del presidente russo. È lo stesso Zelensky a replicare a Lavrov, bollando le dichiarazioni del ministro degli Esteri russo come una «menzogna». Per il presidente ucraino le affermazioni russe sarebbero solo un pretesto per giustificare attacchi contro edifici governativi ucraini, oltre che un tentativo per sabotare i colloqui in corso con gli Stati Uniti.

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