Ucraina, Lavrov: «nessun cessate il fuoco in vista»

Nessun cessate il fuoco a breve. È il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a spegnere qualche facile entusiasmo nato sulla scia dell’annuncio di un prossimo incontro – in quel di Budapest – tra Putin e Trump.
«Un cessate il fuoco in questo momento – ha detto Lavrov – significherebbe solo una cosa: che un’enorme parte dell’Ucraina rimane sotto la guida di un regime nazista. In questa parte dell’Ucraina, questo sarebbe l’unico posto sulla Terra dove un’intera lingua è vietata per legge, per non parlare del fatto che questa è una lingua ufficiale delle Nazioni Unite e la lingua parlata dalla maggioranza della popolazione».
Evidente il riferimento – al netto della propaganda nel definire nazista il governo di Kiev – al tema, questo sì reale, della mancanza di tutela linguistica per la minoranza russa e russofona del Donbass.
Al netto della chiusura all’ipotesi di un cessate il fuoco in tempi brevi, continuano i contatti diplomatici: Lavrov ed il segretario di Stato statunitense Rubio hanno avuto un colloquio telefonico in vista del vertice di Budapest.
Incontro che, stando ad un’indiscrezione della CNN, sarebbe stato congelato. Ricostruzione smentita dal Cremlino, secondo cui non si può rimandare qualcosa per cui non è stata stabilità una data. Continuano, anzi, i colloqui preparatori, si ribadisce da Mosca.
Secondo alcune ricostruzioni, a portare allo slittamento del vertice sarebbe stata la distanza tra russi ed americani sulle condizioni per arrivare ad un cessate il fuoco, con Donald Trump che in un post sul social Truth ha proposto di congelare il fronte lungo la linea attuale di contatto, mentre Vladimir Putin avrebbe ribadito la richiesta di ottenere l’intero Donbass (controllato al momento dalla Russia per circa l’80%).
Dalla posizione russa sarebbero scaturite le pressioni americane su Zelensky affinché accetti l’idea di cedere territori in cambio della pace.

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