È un attacco frontale quello lanciato ad Trump agli alleati della Nato – definita «una tigre di carta» -, con tanto di minaccia di un possibile abbandono dell’alleanza da parte statunitense. Sempre più sotto pressione a causa dei costi economici del conflitto – la spinta inflazionistica inizia a farsi sentire anche negli Stati Uniti – e con i Paesi occidentali per nulla disposti a farsi trascinare nel vicolo cieco della guerra all’Iran, l’inquilino della Casa Bianca annuncia un discorso alla nazione – alle tre del mattino di oggi, ora italiana – in cui farà il punto sul conflitto in corso e potrebbe annunciare l’exit strategy statunitense.
Un appuntamento in cui Trump ha già detto di voler esprimere il proprio «disgusto» nei confronti della Nato, confermando di star prendendo in considerazione la possibilità di ritirare gli Stati Uniti dall’alleanza atlantica. «Non sono stati amici quando avevamo bisogno di loro – ha detto Trump -. Non abbiamo mai chiesto loro molto, è una strada a senso unico».
Il presidente statunitense non ha digerito il rifiuto europeo di prendere parte ad una forza internazionale – rimasta solo sulla carta – destinata nelle intenzioni dell’amministrazione americana a riaprire lo stretto di Hormuz al traffico marittimo con la forza, primo di una lunga serie di “no” incassati dalla Casa Bianca in queste cinque settimane di guerra.
E se il rifiuto del governo spagnolo a concedere l’uso delle proprie basi militari per gli aerei statunitensi impegnati in operazioni belliche in Medio Oriente era, tutto sommato, scontato, meno prevedibile era il no opposto dal governo italiano all’impiego della base di Sigonella. Così come la ritrosia del tradizionale alleato degli Stati Uniti, la Gran Bretagna, a prendere parte con i propri mezzi aerei e navali agli attacchi contro obiettivi iraniani. Sul sostegno francese, poi, Washington non ha mai realmente contato.
Una somma di no, quelli provenienti dagli alleati, che ha mostrato l’isolamento di Washington in questo frangente, dando origine alla rabbiosa reazione di Donald Trump.
Quanto alla durata del conflitto, il presidente statunitense ha dichiarato che gli Stati Uniti lasceranno il Golfo Persico «entro due o tre settimane», salvo sottolineare che potrebbero farvi ritorno, se necessario, per effettuare attacchi mirati. Il principale obiettivo (che non sarebbe stato il cambio di regime a Teheran) è stato ormai raggiunto secondo Trump: «Non avranno (gli iraniani, nda) un’arma nucleare perché ora ne sono incapaci, e poi me ne andrò, porterò via tutti».
Se quella di una fine dei combattimenti – o almeno della fase ad alta intensità della guerra – sia una prospettiva realistica o si tratti dell’ennesimo “depistaggio” messo in campo da Trump prima dell’avvio di un’invasione di terra, solo i prossimi giorni potranno dirlo, considerata l’inattendibilità delle affermazioni del presidente Usa.
Gli iraniani, dal canto loro, non cambiano posizione: «Non accettiamo un cessate il fuoco – dice il ministro degli Esteri Abbas Araghchi -. Chiediamo la fine della guerra in Iran e in tutta la regione». Restano sul tappeto anche la richiesta di risarcimenti e garanzie contro future aggressioni. Poi la chiosa finale: «Non c’è fiducia nel fatto che i negoziati con gli Stati Uniti possano portare a risultati concreti».

