«Traguardo 2029, ma occorrono accordi e risorse»

La crisi del comparto automobilistico investe tutta l’Europa e l’Italia, purtroppo, non fa certo eccezione. In questo quadro a tinte fosche, lo stato di salute dei tre stabilimenti meridionali di Stellantis – Atessa in Abruzzo, Pomigliano in Campania e Melfi in Basilicata – non è certo rassicurante, come sottolinea Mario Di Costanzo, segretario della Fiom di Napoli.
«La situazione negli stabilimenti meridionali di Stellantis è estremamente negativa, anche se per certi versi non sorprendente: il percorso che porta allo stato di fatto odierno nasce con le scelte volute da Marchionne. È stato lui a creare le condizioni per la vendita della Fiat e ad avviare un processo per cui oggi gli interessi di Stellantis sono non sempre coincidenti con quelli nazionali. Il gruppo gioca una partita internazionale che determina scelte industriali che si rivelano penalizzanti per il tessuto produttivo italiano. Ma se guardiamo a chi possiede le quote azionarie del gruppo difficilmente possiamo sorprenderci di quel che accade».
Restringendo l’obiettivo su Pomigliano, che fotografia si può scattare?
«Dopo la fine della produzione della Dodge Hornet, con i dazi che hanno contribuito alla chiusura del mercato di sbocco statunitense, attualmente a Pomigliano vengono prodotte quotidianamente 140 Alfa Romeo Tonale su un solo turno e 320 Panda su due turni: ritmi ben inferiori alla capacità produttiva giornaliera dello stabilimento. Del resto per avere un’idea precisa dei volumi di produzione basta guardare al personale impiegato: nel 2024 i dipendenti complessivi erano oltre 4mila, oggi sono 3750. L’impressione è che gli unici “investimenti” dell’azienda siano quelli tesi a favorire l’uscita dei lavoratori».
C’è poi il capitolo degli ammortizzatori sociali.
«Sì, un capitolo complesso e per certi versi preoccupante. Nei giorni scorsi è iniziato l’ultimo anno di ammortizzatori sociali, ma è di tutta evidenza che anche dopo questi dodici mesi sarà necessario fare ricorso a questi strumenti, tanto che è già stata fatta richiesta per accedere agli ammortizzatori sociali in deroga che dovrebbero consentirci di arrivare al 2029».
Che traguardo è quello del 2029?
«In quella data dovrebbe partire la produzione a Pomigliano di due nuovi modelli di segmento basso, destinati nelle intenzioni a rilanciare la produzione. La speranza è che agli annunci facciano seguito accordi concreti, cosa che in Italia non sempre accade. A differenza che altrove».
Il riferimento agli investimenti di Stellantis in Serbia e Marocco è fin troppo evidente.
«Esattamente. In questi due casi abbiamo visto come l’azienda abbia dato corpo ai piani annunciati con massicci investimenti di capitale, mentre in Italia di intese azienda, governo e parti sociali non se ne vedono. Gli investimenti all’estero, poi, sono arrivati anche quando questi hanno di fatto accentuato la crisi degli stabilimenti italiani, come nel caso della Serbia. A Kragujevac viene prodotta la Grande Panda (non senza difficoltà, nda), che avremmo potuto tranquillamente realizzare a Pomigliano, un modello, oltretutto, che è in diretta concorrenza con la Panda che viene attualmente prodotta nello stabilimento napoletano».
In questo scenario non certo incoraggiante, qual è la situazione dell’indotto?
«Qui occorre partire da un dato: l’indotto di Stellantis nel Mezzogiorno è di fatto monocommittente, dunque recepisce immediatamente la crisi del gruppo. Anzi, la anticipa. A Pomigliano, ad esempio, l’errore di valutazione fatto sui numeri dell’Alfa Romeo Tonale, con previsioni di vendite rivelatesi fin troppo ottimistiche, ha portato il sistema dell’indotto a fare degli investimenti che si sono rivelati sbilanciati in eccesso. Senza contare che le previsioni errate si sono tradotte anche nella mancata assunzione di personale aggiuntivo, ritenuto inizialmente necessario da molte aziende dell’indotto in vista degli aumenti di produzione». (3 – fine)

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