Tra pace e guerra: bloccato in extremis l’attacco contro l’Iran

Sarebbero state le pressioni diplomatiche di Arabia Saudita, Qatar ed Oman a fermare in extremis l’attacco statunitense contro l’Iran nella notte tra mercoledì e giovedì, quando ormai anche Teheran dava per imminente i raid, tanto da aver chiuso il proprio spazio aereo e aver messo in stato di massima allerta le difese antiaeree.
Secondo indiscrezioni riportate da Al Jazeera, nel cuore della notte la Casa Bianca avrebbe informato Teheran, attraverso il Pakistan, di aver sospeso l’opzione militare, rilanciando la ricerca di una soluzione diplomatica. Del resto era stato lo stesso Trump mercoledì sera, durante un incontro con la stampa a Washington, a sorprendere i cronisti affermando che «ci è stato detto che le uccisioni in Iran stanno cessando», assicurando che non vi sarebbero state esecuzioni capitali a carico dei manifestanti arrestati nei giorni scorsi.
Sulla fonte di queste informazioni il presidente statunitense non si è sbottonato, rispondendo in maniera vaga alle domande della stampa.
Una svolta “moderata” del governo iraniano potrebbe aver contribuito a bloccare – almeno per ora – un attacco statunitense, insieme alle pressioni di alcune monarchie del Golfo, timorose di possibili effetti destabilizzanti nella regione dopo un eventuale collasso della Repubblica Islamica.
Più di tutto, però, a spingere alla prudenza Trump potrebbe essere stato il parere dei vertici militari statunitensi, secondo cui non è certo che un attacco – per quanto violento – possa portare rapidamente alla caduta del regime degli ayatollah.
Così come i dubbi sul consenso di cui realmente gode in Iran Reza Pahlavi – figlio dell’ultimo sovrano iraniano, figura di punta dell’opposizione all’estero – espressi dal presidente statunitense – «Non so se il suo Paese accetterebbe o meno la sua leadership» ha detto Trump -non sono certo il miglior viatico per un’operazione di cambio regime. Più che la Repubblica Islamica a spaventare gli Stati Uniti e le monarchie del Golfo è l’ipotesi di un Iran trasformato in Paese fallito, sul modello libico.
Intanto da Teheran il ministro degli Esteri Araghchi fa sapere che la situazione è sotto controllo e non si registrano violenze. Un quadro sostanzialmente confermato anche da altre fonti, secondo cui da due giorni intensità e numero delle proteste si sono sensibilmente ridotte.

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