Una nuova proposta di accordo sarebbe giunta a Washington attraverso Islamabad, proposta imperniata su tre punti: riapertura al traffico marittimo dello stretto di Hormuz, contemporaneamente alla fine del blocco navale statunitense; cessazione definitiva del conflitto e non proroga della tregua attuale; rinvio di ogni discussione relativa al dossier nucleare iraniano ad una seconda fase di colloqui da fissare dopo la fine delle ostilità.
Condizioni ben distanti da quelle finora apertamente richieste dagli Stati Uniti, in particolare per quel che riguarda il nucleare iraniano. Difficile che possano essere recepite dalla Casa Bianca, anche se potrebbero consentire ai mediatoti pachistani di riallacciare quel filo della trattativa che sembrava essersi spezzato dopo la cancellazione del vertice di Islamabad di sabato scorso. Stop voluto da Trump, secondo cui non c’erano le condizioni per un accordo, dunque meglio evitare “un viaggio inutile”.
Chiusura che non ha impressionato Teheran, consapevole che il controllo esercitato sullo stretto di Hormuz le offre ampio margine negoziale, a dispetto di quanto sostiene il presidente statunitense. Tanto da consentire al ministro degli Esteri Araghchi, in visita a Mosca, di poter dichiarare che «l’Iran si trova di fronte alla più grande superpotenza mondiale, ma gli Stati Uniti non hanno raggiunto nemmeno uno dei loro obiettivi. Ecco perché il presidente Donald Trump chiede di negoziare e noi stiamo valutando questa opzione».
Insomma, non è Teheran a temere la ripresa del conflitto ma Washington. Almeno secondo la Repubblica Islamica.
A Mosca l’Iran ha ottenuto rinnovato sostegno da parte della Federazione Russa che, attraverso le parole del presidente Putin, ha ribadito il proprio impegno a fare « tutto il possibile, nell’interesse dell’Iran e degli altri Paesi della regione, per garantire la pace in Medio Oriente nel più breve tempo possibile».

