La fase due del piano di pace per la Striscia di Gaza resta ancora un traguardo lontano, mentre quel che sembra diventare più concreto di giorno in giorno è la possibilità di un nuovo scontro, questa volta però tra gli stessi palestinesi.
La nascita di gruppi e milizie rivali di Hamas sotto l’ala protrettrice dell’esercito israeliano è cosa nota, così come la caccia al collaborazionista scatenatasi all’entrata in vigore del cessate il fuoco. La settimana scorsa con una vittima eccellente: Yasser Abu Shabab, capo delle Forze Popolari, milizia operante nell’area della Striscia sotto controllo israeliano, armata e finanziata dalle Idf.
Proprio all’indomani della morte di Abu Shabab, i diversi gruppi collaborazionisti palestinesi hanno annunciato l’intenzione di continuare a combattere Hamas, puntando a sostituirsi ad esso a disarmo avvenuto della sua componente militare.
Disarmo che resta uno dei punti critici per l’applicazione del piano Trump. Su questo tema è intervenuto Khaled Meshaal, capo di Hamas all’estero, con un’intervista rilasciata ad Al Jazeera. Hamas, ha detto Meshaal, «propone soluzioni realistiche e pratiche in grado di garantire che Israele non subisca più alcun nuovo attacco dalla Striscia di Gaza, senza bisogno di disarmo», ribaltando completamente la prospettiva: «La minaccia viene dall’entità sionista, non da Gaza, di cui chiedono il disarmo».
L’attuazione della seconda fase del piano resta, comunque, una priorità anche per Hamas, che si starebbe adoperando al massimo per superare ostacoli e resistenza. Un punto, però, resta non negoziabile: «A decidere e a governare devono essere i palestinesi», dice Meshaal, a Gaza non c’è spazio per governi internazionali.

