La Coppa del Mondo di calcio del 1962, disputata in Cile dal 30 maggio al 17 giugno, è passata alla storia non solo per il valore sportivo, ma anche per il contesto umano e sociale in cui si svolse.
A soli due anni dall’inizio del torneo, il Paese sudamericano era stato devastato da un terremoto catastrofico, il più potente mai registrato. “Perché non possiamo farlo?”, risposero gli organizzatori a chi dubitava della riuscita dell’evento. Quel Mondiale divenne così un simbolo di orgoglio nazionale e resilienza.
Dal punto di vista calcistico, Cile 1962 fu un torneo duro, fisico, spesso al limite della rissa. Le immagini in bianco e nero raccontano un calcio lontano dagli standard odierni, con arbitraggi permissivi e contrasti violenti. L’episodio più famoso fu la cosiddetta “Battaglia di Santiago”, la partita tra Cile e Italia della fase a gironi. Fin dai primi minuti il match degenerò: pugni, calci proibiti e falli ripetuti costrinsero l’arbitro inglese Ken Aston a espellere due giocatori italiani. La gara terminò 2-0 per i padroni di casa, ma divenne un caso diplomatico e mediatico, tanto da influenzare in futuro l’introduzione dei cartellini gialli e rossi.
Tra i protagonisti del torneo spiccò Garrincha, ala destra del Brasile, considerato uno dei dribblatori più straordinari della storia. Con Pelé infortunato per gran parte della competizione, fu lui a caricarsi la Seleção sulle spalle. Nei quarti di finale contro l’Inghilterra segnò due gol spettacolari, uno dei quali su punizione, conducendo i brasiliani alla vittoria per 3-1. Curiosamente, Garrincha venne espulso in semifinale contro il Cile, ma un errore amministrativo permise la sua presenza in finale, episodio che ancora oggi alimenta discussioni e leggende.
La semifinale tra Cile e Brasile fu uno dei momenti più intensi del Mondiale. Davanti a uno stadio gremito, i cileni sognarono l’impresa, ma dovettero arrendersi alla superiorità tecnica dei campioni in carica.
Nonostante la sconfitta, il Cile riuscì a conquistare il terzo posto battendo la Jugoslavia, ottenendo il miglior risultato della sua storia mondiale, celebrato come una vittoria nazionale.
La finale del 17 giugno, disputata a Santiago, vide affrontarsi Brasile e Cecoslovacchia, già avversarie nella fase a gironi.
Dopo un primo tempo equilibrato, il talento brasiliano emerse con forza: Amarildo, Zito e Vavá firmarono il 3-1 che consegnò al Brasile il secondo titolo mondiale consecutivo. Fu la consacrazione definitiva della Seleção come potenza globale del calcio.
Un’altra curiosità del torneo riguarda il pallone ufficiale, prodotto artigianalmente e non sempre perfettamente sferico.
Alcuni portieri dell’epoca raccontarono che la traiettoria del pallone cambiava improvvisamente, rendendo le parate ancora più difficili.
Inoltre, molte partite furono giocate su campi in condizioni precarie, fattore che contribuì allo stile di gioco ruvido e imprevedibile. Cile 1962 resta un Mondiale di contrasti: violento e poetico, caotico e memorabile.
Un torneo che racconta un’epoca del calcio in cui il talento conviveva con l’improvvisazione e in cui ogni partita sembrava una battaglia. Ancora oggi, a distanza di oltre sessant’anni, le sue storie continuano ad affascinare tifosi e appassionati di tutto il mondo.

