Scarlato: «Con Fico la Regione torna napolicentrica»

Avvocato di prestigio nazionale, già in Parlamento a ventisette anni e per tre legislature di fila nella Prima Repubblica. Guglielmo Scarlato appartiene a quella scuola – e tradizione – democristiana che unisce pensiero e fede, studio rigoroso e parola affilata. Mite nei modi, mai nelle idee, continua a guardare alla politica come al luogo più alto della democrazia: non tecnica sterile ma responsabilità, visione e coraggio.
Avvocato Scarlato, partiamo dalla Campania. Il dibattito sulla giunta Fico riporta al centro il rapporto tra politica e tecnica. Mastella dice che «la tecnica va a rimorchio della politica, non il contrario». Condivide questa lettura?
«Siamo in una fase storica in cui la politica non brilla per lungimiranza, empatia e coraggio. La tecnica, invece, per definizione corre verso nuove frontiere. Attrarre competenze tecniche può rappresentare una sorta di antidoto all’asfissia prodotta da una politica spesso angusta e talvolta persino opprimente. È una scelta che, qualora si rivelasse sbagliata, può essere corretta. Ben più difficile, invece, è scardinare le logiche spartitorie che presidiano certe poltrone politiche: lì gli errori rischiano di essere irreparabili».
C’è poi il nodo della rappresentanza: il principio di premiare i più votati può davvero essere bypassato? Una giunta con molti esterni – tecnici o non eletti – indebolisce rappresentanza ed esecutivo?
«L’investitura popolare esiste per conferire piena legittimazione al Presidente eletto. È ciò di cui hanno beneficiato i governatori precedenti, e in particolare l’ultimo, Vincenzo De Luca. Oggi Roberto Fico deve decidere: mostrarsi sin dall’inizio custode del compromesso che lo ha generato, oppure rivendicare fino in fondo il proprio ruolo di presidente. Sono convinto che sceglierà la seconda strada».
Il primato della politica. E’ ancora possibile affermarlo oggi con partiti liquidi e corpi intermedi indeboliti?
«Il primato della politica va meritato. L’attuale politica, concentrata sulla tutela di partiti personali, priva di coraggio, integrità e apertura, questo primato non lo merita e infatti non lo esercita. Mai come oggi grandi concentrazioni di potere finanziario tengono in scacco la politica e ne orientano le decisioni. È il segno di una debolezza strutturale».
La politica è ancora capace di visione? O prevale un “governismo prudente” che frena il coraggio delle scelte e riduce tutto a mera gestione?
«La tendenza prevalente è trasformare tutto in gestione. Si privilegiano scelte funzionali agli interessi di chi ha sostenuto i vincitori. Viviamo un tempo in cui il compromesso e la mediazione sono scambiati per debolezza. Così a prevalere è la cura degli interessi “del carro del vincitore”, mentre chi mantiene fedeltà ai vinti finisce ai margini. La visione, in questo contesto, è un lusso che pochi si permettono».
In Campania, dopo dieci anni di governo De Luca, si parla di maggiore collegialità e di un nuovo baricentro napoletano con l’arrivo di Fico. È un rischio o un riequilibrio fisiologico?
«È una certezza. La salvaguardia del proprio bacino elettorale è divenuta il vademecum di questa stagione politica. Roberto Fico e la classe dirigente che lo sosterrà non sfuggiranno a questa logica, ormai radicata nella psicologia dei competitori politici. Si tratta più di un automatismo che di una scelta».
Lei è tra i pochi che sostengono con chiarezza la necessità di reintrodurre le preferenze a livello nazionale.
«Sono semplicemente contrario alle liste bloccate per Camera e Senato, e sono aperto a qualsiasi soluzione che le superi: le preferenze sono una possibilità, ma non l’unica. Le liste bloccate hanno appaltato la composizione del Parlamento a pochi capipartito, distruggendo il rapporto territoriale tra eletti ed elettori. In Parlamento arrivano solo i fedelissimi, impegnati a compiacere il loro leader più che a rappresentare i territori. Ne deriva un’oligarchia di fatto, in contrasto con l’articolo 1 della Costituzione. È una ragione sufficiente per spiegare la crescente disaffezione al voto».
L’astensionismo dilaga: è solo responsabilità della politica? Quanto pesa l’antipolitica nella delegittimazione dei partiti? E, soprattutto, come si ricuce il rapporto tra cittadini ed eletti?
«La propaganda dell’antipolitica ha influito, ma ancor più ha influito la politica, che ha ignorato i segnali di insofferenza provenienti da vaste aree del Paese. Idolatrare personaggi divenuti icone di partiti senza storia e senza radici culturali ha allontanato chi non si riconosce in pettegolezzi e baruffe mediatiche — ormai la maggioranza. Un tempo il dibattito politico era parte del dibattito culturale e gli intellettuali contribuivano in modo critico e propulsivo. Oggi gli unici che intervengono lo fanno troppo spesso “a libro paga” dei partiti personali. Il rapporto tra eletti ed elettori si ricuce con un nuovo sistema elettorale, nuovi partiti e nuovi orizzonti. Servono nuove regole e nuove personalità. Ma temo che non avremo né le une né le altre a breve».
Se dovesse indicare un principio da rimettere al centro della vita pubblica nel Mezzogiorno d’Italia, quale sceglierebbe?
«L’investimento decisivo dovrebbe essere sulla conoscenza. Vorrei che le Università del Sud diventassero tra le migliori del Paese, capaci di attrarre i talenti più brillanti. La ricerca d’avanguardia è l’investimento a più alto valore aggiunto: trasforma territori, comunità, economie.
Posto a scegliere tra finanziare una strada o un centro di ricerca, sceglierei sempre il centro di ricerca — purché autentico, impegnato, libero dalle logiche baronali. La ricerca attira le grandi aziende, genera innovazione, muta la natura dei luoghi e dell’umanità che li abita. È ciò di cui il Mezzogiorno ha più bisogno».

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