Salvatore Forte: «Senza partecipazione la politica muore»

Salvatore Forte non ha dubbi. Ottantasette primavere sulle spalle, due volte deputato con il partito comunista italiano e una vita spesa nel sindacato e nelle istituzioni, per lui la politica non potrà mai essere gestione di potere né pratica clientelare. La politica, al contrario, sarà sempre scelta di campo, partecipazione e impegno. Una missione. Al servizio delle comunità e innanzitutto dei più fragili.
Onorevole Forte, dopo dieci anni di deluchismo la Campania sembra riaprire una stagione in cui tornano centrali le forze politiche. È un ritorno alla politica o solo la fine di una lunga eccezione personalistica?
«La politica, intesa come “arte del possibile”, è stata manomessa soprattutto nell’ultimo trentennio, nella sua identità culturale e politica. È così regredita, nel sentire comune, a qualcosa che si utilizza per fini personali. Il partito liquido e la cancellazione di fatto dei corpi intermedi hanno ristretto l’orizzonte dell’agire politico al proprio orticello impoverendo profondamente il significato stesso del termine “politico”. Il ritorno alla politica richiede dunque una vera rivoluzione culturale fondata sulla consapevolezza e sulla partecipazione dei cittadini. In assenza di questo passaggio, dopo il personalismo di De Luca rischiamo di assistere a nuove forme di demagogia e ad altri personalismi, anche sotto nuove sigle».
Lei viene da una stagione in cui la politica era prima di tutto organizzazione, cultura, formazione collettiva. Oggi la politica ha ancora una struttura oppure è diventata mero esercizio del potere personale e gestione clientelare?
«La politica e i partiti hanno avuto, dal dopoguerra in avanti, l’onore e l’onere di contribuire alla ricostruzione democratica del Paese, alla sua rinascita e all’emancipazione dei territori e delle persone. Oggi, invece, la politica non riceve più alcuna spinta dal basso. È rappresentata da figure assimilabili ad “amministratori delegati”, lontani dalla vita reale delle persone e subalterni alla finanza e alla logica del profitto sfrenato. In questo contesto prosperano il personalismo, gli yes men, il familismo e una diffusa corruzione morale».
Il confronto tra Fico e De Luca pone anche un tema di autonomia territoriale: una Regione può essere davvero forte se dipende dal livello nazionale? Oppure serve una classe dirigente radicata nei territori?
«Le Regioni, così come sono state configurate nella loro struttura e nei loro compiti, si sono trasformate prevalentemente in enti di spesa. Le enormi differenze tra i territori, in termini di servizi e qualità della vita, dimostrano la loro attuale inadeguatezza. Serve un ritorno pieno allo spirito della Costituzione, non solo per i partiti ma anche – e soprattutto – per gli enti intermedi. Occorre avere il coraggio di riconoscere gli errori compiuti dai cosiddetti “politici moderni” e di ripensare il rapporto tra autonomia, responsabilità e governo del territorio».
Dopo Tangentopoli e la “stagione dei sindaci”, i partiti sono stati progressivamente svuotati. Il leaderismo è stato una scorciatoia, o peggio ancora una regressione democratica? E si può tornare indietro?
«Dopo il 1992 si è rotto un meccanismo. La politica ha consegnato alla magistratura una delega in bianco e ha rinunciato al proprio ruolo. Da lì è cominciata la stagione dei personalismi e del leaderismo. Non è stata una scorciatoia ma una regressione democratica. I partiti sono stati svuotati, i consigli ridotti a luoghi marginali e la discussione politica sostituita dal comando individuale. Tornare indietro è possibile solo ricostruendo partiti veri, strutturati, capaci di elaborazione collettiva e di confronto reale».
Lei ha vissuto una politica fondata sullo studio, sulla militanza e sul conflitto regolato. Quanto pesa oggi l’assenza di formazione politica nella crisi della classe dirigente?
«Per comprendere la qualità degli eletti in Parlamento, nelle Regioni o nei Consigli locali, spesso basterebbe ascoltare i loro interventi – fatti salvi i casi, che pure esistono, di persone di valore – per rendersi conto dell’errore che si compie quando si vota senza scienza e senza coscienza. L’assenza di formazione politica ha prodotto una classe dirigente fragile, priva di strumenti culturali e incapace di leggere la complessità del presente».
Astensionismo, sfiducia, disaffezione: è la politica ad aver abbandonato il popolo oppure è il popolo ad essere stato disabituato alla partecipazione? Cosa fare per ricucire questo rapporto?
«La politica ha smesso di parlare al popolo e il popolo è stato progressivamente disabituato alla partecipazione.
La democrazia, nel mondo, è stata fortemente ammaccata. Si è tornati a privilegiare le armi mentre si è smesso di usare il cervello. Ricucire questo rapporto significa restituire dignità alla politica, rimettere al centro il conflitto sociale, l’ascolto, la partecipazione reale».
Senza partiti forti, strutturati e radicati può esistere ancora una democrazia compiuta?
«No. Senza partiti veri non esiste una democrazia compiuta. I partiti sono lo strumento attraverso cui il popolo organizza la propria sovranità. Quando vengono meno, prevalgono l’Io sul noi, il comando sulla mediazione, l’interesse particolare sull’interesse generale. Per far prevalere di nuovo il noi serve una politica organizzata, culturale, popolare. E questo, storicamente, è sempre stato il compito della sinistra».

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