Primo turno a fine maggio ed eventuale ballottaggio a metà giugno. Al più tardi. Questi i tempi del voto – salvo imprevisti – per il rinnovo dell’amministrazione comunale del capoluogo.
Tempistica che al momento è una delle poche certezze in un quadro politico complesso ed in continua evoluzione. Soprattutto sul versante centrosinistra. Perché se è certo che quella che ha portato alle dimissioni di Enzo Napoli è stata una crisi pilotata, altrettanto evidente è che neanche il regista sia stato in grado di sciogliere tutte le incognite legate al ritorno alle urne. Ad iniziare dalla composizione della coalizione che dovrà sostenere il rientro a Palazzo di Città di Vincenzo De Luca.
Tema che l’ex governatore sarebbe intenzionato ad affrontare a partire dalla prossima settimana, secondo quanto riferiscono fonti a lui vicine. L’intenzione sarebbe quella di riproporre lo schema consolidato a partire dalla prima consiliatura De Luca: una coalizione di liste civiche, senza sigle di partito. Anche se su quest’ultimo punto potrebbe esserci un’eccezione, rappresentata dal Psi.
Progressisti, Salerno dei Giovani e Campania Libera, con quest’ultima che potrebbe trasformarsi in A testa alta, la lista di stretta osservanza deluchiana messa in campo in occasione delle elezioni regionali dello scorso novembre.
Schieramento privo, quindi, del simbolo del Pd, partito di cui è segretario regionale un altro De Luca: Piero. Si tratterebbe di un caso più unico che raro, anche in uno scenario politico come quello italiano, ben avvezzo a soluzioni non sempre convenzionali.
Più di tutto, però, sarebbe un modo per far implodere quel Campo Largo che in autunno ha vinto le regionali.
Una coalizione pazientemente costruita da Gaetano Manfredi e fortemente voluta dalla segretaria dem Schlein che, difficilmente, accetterà una riedizione del “modello Salerno”, seppur in versione 2.0.
Il rischio – ritenuto da molti dei protagonisti del prossimo confronto elettorale molto più di una semplice eventualità – è che a Salerno vada in scena un copione già visto nel 2006, quando fu Alfonso Andria – alla guida di una coalizione di centrosinistra – a tentare di sbarrare la strada al primo ritorno a Palazzo di Città di un De Luca reduce dall’esperienza – non esaltante – maturata in veste di deputato. Uno scontro fratricida all’interno del centrosinistra che si concluse con netta affermazione di Vincenzo De Luca. Complice anche un centrodestra che, guidato da Nino Marotta, non riuscì ad andare oltre un magro 20%.
In questo caso a rendere tutto più complicato – al netto delle dinamiche politiche nazionali – c’è il fatto che a guidare la Regione c’è la stessa coalizione che dovrebbe dividersi a Salerno, impegnandosi in uno scontro tutto interno.
Uno scontro che potrebbe avere effetti diretti e molto concreti anche per la città di Salerno, considerato che buona parte del bilancio cittadino è finanziato con risorse che arrivano da Napoli. Anche se non manca fra i deluchiani chi, strizzando l’occhio, fa notare che «siamo già stati senza dialogo con la Regione», riferendosi all’epoca degli sontri al calor bianco tra De Luca e Bassolino, e soprattutto che «il governatore negli ultimi mesi di mandato ha già finanziato i grandi eventi per Salerno del 2026».
Insomma, il fieno in cascina per affrontare l’inverno c’è, poi arriverà la primavera del 2027. Quando si voterà per le elezioni politiche. «E allora si andrà a ragionare», chiosa sornione il deluchiano.

