Esistono calciatori che vincono trofei e calciatori che cambiano la storia. Ruud Gullit appartiene, senza ombra di dubbio, alla seconda categoria. Con le sue iconiche treccine d’ordinanza, la potenza fisica straripante e un’eleganza tecnica che pareva sfidare le leggi della fisica, l’olandese non è stato solo il leader di una generazione d’oro, ma il prototipo del calciatore del futuro: universale, poliedrico e dotato di una personalità debordante capace di influenzare il costume ben oltre i confini del rettangolo verde.
Nato ad Amsterdam il 1° settembre 1962, Ruud Dil nasce in un contesto multiculturale che ne segnerà profondamente il carattere. Inizia la carriera nell’Haarlem, debuttando in Eredivisie a soli 16 anni. All’epoca gioca come libero: una posizione che gli permette di vedere il gioco, ma che limita la sua esplosività.
È nel passaggio al Feyenoord, dove gioca al fianco di un tramontante ma ancora divino Johan Cruijff, che Gullit compie il salto di qualità mentale. Cruijff gli insegna a leggere gli spazi, a capire quando accelerare e quando attendere.
Dopo l’affermazione definitiva al PSV Eindhoven, dove segna 46 gol in 68 partite vincendo due titoli nazionali, il mondo si accorge di lui. Nel 1987, Silvio Berlusconi compie il colpo di mercato che cambierà la storia del Milan: versa 13,5 miliardi di lire per portarlo a Milanello. Nello stesso anno, Gullit alza al cielo il Pallone d’Oro.
Quel momento resta scolpito nella storia non solo per il valore sportivo, ma per la sua dedica a Nelson Mandela, allora prigioniero dell’apartheid. Fu un gesto dirompente: per la prima volta, un calciatore all’apice del successo usava il palcoscenico globale per una battaglia civile di tale portata.
L’arrivo di Gullit in Italia coincide con l’inizio dell’era di Arrigo Sacchi. Inizialmente, l’impatto è uno shock culturale: i carichi di lavoro del tecnico di Fusignano sono estenuanti, ma Ruud diventa il “Simba” del gruppo. La sua capacità di correre per novanta minuti, di svettare di testa su ogni cross e di calciare con entrambi i piedi lo rende immarcabile. Insieme a Marco van Basten e Frank Rijkaard, forma il leggendario “trio olandese” che trascinerà il Milan sul tetto del mondo.
Con la maglia rossonera, Gullit conquista tre scudetti e due Coppe dei Campioni consecutive (1989 e 1990). La finale del 1989 contro la Steaua Bucarest resta il suo capolavoro: una doppietta che annichilisce gli avversari e regala al Milan il ritorno sul trono d’Europa dopo vent’anni. Ma il 1988 è anche l’anno della consacrazione con la nazionale Oranje. Guidata da Rinus Michels, l’Olanda vince gli Europei in Germania Ovest. Gullit, da capitano e leader carismatico, apre le marcature nella finale contro l’URSS con un colpo di testa imperioso, prima della parabola impossibile di Van Basten.
È il culmine di una carriera che lo vede, in quel momento, come il miglior giocatore del pianeta.
La carriera di Gullit subisce una frenata a causa di cronici problemi alle ginocchia. Dopo anni di battaglie e interventi chirurgici, il suo rapporto con il Milan e con Fabio Capello (succeduto a Sacchi) si incrina. Nel 1993 passa alla Sampdoria di Paolo Mantovani.
A Genova, Ruud rinasce: agisce da trequartista o seconda punta, segna 15 reti e trascina i blucerchiati alla vittoria della Coppa Italia, prendendosi la rivincita proprio contro il “suo” Milan in una storica partita finita 3-2 in cui segna il gol decisivo.
L’ultima tappa significativa è il Chelsea. In Inghilterra, Gullit porta una ventata di “sexy football” (termine da lui coniato), ricoprendo il ruolo di giocatore-allenatore. Vince la FA Cup nel 1997, diventando il primo tecnico non britannico a conquistare un trofeo importante oltremanica, aprendo la strada alla globalizzazione della Premier League.
Fuori dal campo, la vita di Ruud è stata altrettanto intensa e spesso sotto i riflettori dei tabloid. Si è sposato tre volte: la prima con Yvonne de Vries, da cui ha avuto due figlie; la seconda con la modella italiana Cristina Pensa, madre di altri due figli (Quincy e Cheyenne); la terza con Estelle Cruyff, nipote del grande Johan, da cui ha avuto gli ultimi due figli. Tuttavia, il rapporto con la progenie non è sempre stato idilliaco. Recentemente, i figli avuti dalla Pensa lo hanno citato in giudizio per il mancato pagamento degli alimenti, una vicenda che ha sporcato parzialmente l’immagine del campione solare che il pubblico ricordava. Oltre alle vicende familiari, Gullit ha sempre coltivato una viscerale passione per la musica reggae, incidendo dischi e partecipando a festival, e per la politica internazionale, rimanendo un simbolo della lotta al razzismo.
Oggi, a oltre 60 anni, Ruud Gullit è un uomo sereno che divide il suo tempo tra il ruolo di ambasciatore UEFA, l’analisi tecnica in TV e la passione per il golf. Resta, per tutti, il “Tulipano Nero”: colui che ha dimostrato che per essere un gigante del calcio non basta avere muscoli e talento, ma serve un cuore capace di battere anche per i diritti umani.

