Ronaldo il fenomeno, un alieno sui campi di calcio del mondo

Nelle strade di Bento Ribeiro, un sobborgo povero e polveroso di Rio de Janeiro, alla fine degli anni Settanta, un ragazzino di nome Ronaldo Luís Nazário de Lima inseguiva un pallone con una ferocia gioiosa. Non sapeva ancora che quel pallone lo avrebbe portato a diventare “Il Fenomeno”, l’uomo che avrebbe cambiato per sempre il paradigma dell’attaccante moderno. Ronaldo non è stato solo un calciatore: è stato un’epifania tecnica e fisica, un punto di rottura tra il calcio classico e quello iper-atletico del terzo millennio. La sua ascesa fu meteorica. Al Cruzeiro, ancora adolescente, segnò 44 reti in 47 partite, costringendo il commissario tecnico Parreira a portarlo ai Mondiali di USA ’94 a soli 17 anni. Non giocò un minuto, ma osservò dalla panchina i mostri sacri Romário e Bebeto alzare la coppa. Fu l’apprendistato di un re. Il salto in Europa al PSV Eindhoven confermò il sospetto collettivo: Ronaldo era un alieno. In Olanda segnò 54 gol in 57 gare, ma fu l’anno successivo al Barcellona (1996-1997) a consegnarlo alla leggenda. Sotto la guida di Bobby Robson, Ronaldo disputò una stagione che ancora oggi è considerata il picco individuale più alto della storia del calcio: 47 gol in 49 partite. Il gol contro il Compostela, dove partì da centrocampo resistendo a trattenute che avrebbero abbattuto un bue, danzando tra i difensori prima di fulminare il portiere, fece dire a Robson: “Non è un uomo, è una mandria di bufali che corre con la grazia di un ballerino”.
Nell’estate del 1997, il presidente dell’Inter Massimo Moratti compì l’impresa impossibile: pagò la clausola rescissoria di 48 miliardi di lire e portò il miglior giocatore del mondo nel campionato più difficile del mondo. L’impatto con l’Italia fu devastante. In un’epoca in cui la Serie A schierava difensori del calibro di Maldini, Nesta, Cannavaro e Thuram, Ronaldo li ridusse spesso a spettatori paganti. Il suo marchio di fabbrica, il “doppio passo”, non era una semplice finta: era un’esecuzione ipnotica. Spostava il peso del corpo con una velocità tale da mandare i difensori in cortocircuito vestibolare.
La stagione 1997-98 fu il culmine del suo mito nerazzurro. Trascinò l’Inter alla vittoria della Coppa UEFA nella finale di Parigi contro la Lazio. Quel gol a Marchegiani — una serie di finte di corpo senza mai toccare la palla, che portarono il portiere a sedersi letteralmente a terra — rimane l’immagine iconica della sua onnipotenza. Tuttavia, quell’anno fu segnato anche dalla delusione dello scudetto perso tra le polemiche di Juve-Inter e il contatto Iuliano-Ronaldo, una ferita mai rimarginata nel cuore dei tifosi interisti. La parabola di Ronaldo è inscindibile dal dolore. Il 21 novembre 1999, durante Inter-Lecce, il suo tendine rotuleo si lesionò parzialmente. Dopo cinque mesi di sofferta riabilitazione, il ritorno in campo il 12 aprile 2000, nella finale di Coppa Italia contro la Lazio, si trasformò in una tragedia sportiva mondiale. Dopo soli sei minuti dal suo ingresso, durante un tentativo di dribbling, il tendine esplose completamente. Le immagini del suo urlo di dolore e dei compagni e avversari con le mani nei capelli fecero il giro del mondo. Molti medici sentenziarono la fine della sua carriera ad alti livelli. Ma Ronaldo possedeva una resilienza pari solo al suo talento.
Il recupero durò due anni. Tornò appena in tempo per il Mondiale di Corea e Giappone 2002. Non era più il fulmine dei tempi del Barcellona; il suo corpo era più pesante, le ginocchia erano mappe di cicatrici. Ma il suo istinto predatore era intatto. Con una pettinatura eccentrica (fatta apposta per far parlare i media dei suoi capelli anziché della sua salute), Ronaldo segnò 8 gol, trascinando il Brasile al “Penta”. La doppietta in finale contro la Germania di Oliver Kahn fu il risarcimento che il destino gli doveva dopo il misterioso malore sofferto poche ore prima della finale del 1998 a Parigi. Quel trionfo gli valse il suo secondo Pallone d’Oro. Il passaggio al Real Madrid dei “Galacticos” segnò l’ultima fase della sua eccellenza. Nonostante i problemi di peso e un rapporto conflittuale con la bilancia, Ronaldo continuò a segnare con una facilità disarmante (104 gol in 177 partite). La sua tripletta all’Old Trafford contro il Manchester United, che gli valse la standing ovation di tutto lo stadio avversario, fu il canto del cigno del Fenomeno europeo. Seguirono il ritorno a Milano, sponda rossonera, dove sprazzi di classe purissima si alternarono a nuovi infortuni, e la chiusura romantica al Corinthians.
Ronaldo ha chiuso la carriera con oltre 400 gol, ma i numeri sono riduttivi. Prima di lui, il calcio era diviso per ruoli e caratteristiche. Lui ha unificato tutto: la potenza di un centravanti d’area, la velocità di un centometrista e la tecnica di un numero dieci brasiliano. Ha ispirato un’intera generazione di attaccanti, da Ibrahimovic a Benzema, che hanno cercato di emulare i suoi movimenti. Se le sue ginocchia fossero state d’acciaio, probabilmente oggi non parleremmo di Pelé o Maradona come termini di paragone, ma solo di lui. Ronaldo è stato il “Fenomeno” non per la durata della sua eccellenza, ma per l’altezza vertiginosa dei picchi che ha toccato, lasciando in chiunque lo abbia visto giocare la sensazione di aver assistito a qualcosa che non apparteneva a questo pianeta.

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