«Salerno non è la grande città europea che ci racconta chi oggi dice che la ricreazione è finita». E per questo c’è un responsabile: Vincenzo De Luca. Nel disegnare la prospettiva di sviluppo immaginata per la città, Franco Massimo Lanocita – candidato sindaco di una coalizione che comprende M5S, AVS e movimenti civici – non esita ad individuare precise responsabilità nella crisi che attanaglia Salerno.
«Vediamo che c’è chi viene da Napoli e dice “come trovo male Salerno”: i salernitani sanno bene che chi ha governato la città in questi anni è stato sì un Vincenzo, ma non Enzo Napoli».
Quale modello di sviluppo immagina per Salerno?
«Abbiamo senza dubbio un’idea altra per la città. In questi anni si è puntato tutto sullo sviluppo edilizio che, in molti casi, è diventato speculazione. In realtà non c’è nessun programma urbanistico, ovvero un disegno in grado di contemperare l’iniziativa privata con il rispetto di standar al servizio della collettività, ovvero verde pubblico, servizi, impiantistica sportiva. Quello che si è realizzato a Salerno in questi anni rispondeva, del resto, al noto invito “arricchitevi!” rivolto agli imprenditori. Ecco, noi crediamo che l’intrapresa privata debba avere un suo ritorno, anzi ben vengano le inziative che aumentano la ricchezza della città, ma il pubblico deve far sì che tutto questo porti a un miglioramento generale della città, della qualità della città per i salernitani».
Quest’anno Giugliano diventerà la seconda città della Campania per popolazione, superando Salerno. La nostra città è alle prese con un costante calo demografico.
«Nel 1971 i salernitani erano 158mila, adesso 126mila. Accanto a dinamiche di carattere nazionale, c’è da rilevare come la speculazione di cui abbiamo già detto abbia finito per espellere dalla città migliaia di salernitano: oggi per una giovane coppia acquistare o affittare una casa a Salerno è quasi impossibile. E questo a dispetto del fatto che su circa 64mila abitazioni censite, circa 9mila siano vuote o utilizzate solo saltuariamente. Inoltre basta vedere dove si situa Salerno nelle classifiche relative ai servizi o alla qualità della vità: lì sono compendiati molti dei motivi per cui si sceglie di andare via».
Come provare a stimolare l’economia cittadina e a creare nuovo sviluppo?
«Sicuramente ricostruendo un rapporto diretto con l’Università, una realtà di fatto espulsa dalla vita cittadina. E poi rilanciando il settore commerciale. Intere aree commerciali della città oggi parlano bengalese o napoletano, le attività tradizionali sono state di fatto espulse. Al netto della necessità di maggiori controlli, perché è evidente che alcune iniziative siano operazioni più che opache, è possibile immaginare un nuovo ruolo per il Comune, ad inziare da una tassazione agevolata e dall’individuazione dove insediare botteghe artigianali gestite da giovani. E poi su tutto c’è la necessità di garantire un’adeguata cornice di sicurezza in tutta la città».
In questi anni si è puntato praticamente tutto sul turismo.
«Se ci si ferma alle luci d’artista o all’approdo di crocieristi che, appena sbarcati, salgono su un bus per raggiungere altre mete, non siamo messi benissimo. Salerno deve sfruttare la sua posizione di cerniera tra le due costiere e siti di grande rilievo storico ed artistico. Per farlo è necessario intervenire su tutta una serie di servizi, al momento poco più che embionali. E anche sul fronte dell’accoglienza vanno intensificati i controlli per combattere il fenomeno delle strutture abusive».
Oltre a potenziare i servizi, cos’altro fare per valorizzare al meglio il turismo?
«Senza dubbio puntare sul recupero della nostra identità. Per molto tempo si è pensato di mantenere viva una identità salernitana in opposizione a Napoli, un errore enorme. Noi viviamo in una realtà che non può prescindere dal ruolo di Napoli, per secoli capitale del Mezzogiorno, in questo spazio dobbiamo portare la nostra specificità, ad iniziare dall’eredità della Scuola Medica Salernitana».
Che ruolo può giocare la futura amministrazione in questo scenario?
«Abbiamo bisogno di creare sinergie, il Comune deve essere l’elemento propulsore di questo processo».

