Gaetano Manfredi continua a tessere la sua tela. Con pazienza, metodo e una visione che va oltre l’immediato. È lui il grande regista dell’operazione Fico: la candidatura, la vittoria e adesso la fase più delicata, ma anche decisiva, della sistemazione degli equilibri e della costruzione di un nuovo assetto di governo regionale. Un passaggio che non riguarda soltanto la composizione della giunta. Il disegno è chiaro e non nasce oggi. E non nasce qui in Campania. Arriva da Roma, per esplicita volontà dei leader nazionali del centrosinistra, che nello stop al terzo mandato di Vincenzo De Luca hanno intravisto l’occasione per riportare il timone della Regione pienamente dentro un perimetro politico condiviso. Tradotto: collegialità di governo e protagonismo delle forze politiche. In termini meno edulcorati, lo stop a un modello di leadership forte, accentratrice, spesso solitaria, che ha caratterizzato l’ultimo decennio a Palazzo Santa Lucia. Le convergenze, intanto, non mancano. Dopo Casa Riformista e una parte del Partito democratico partenopeo, entra nel puzzle manfrediano ufficialmente anche il Partito Socialista. Ieri, all’avvio del tour “Avanti Italia”, il sindaco di Napoli non ha nascosto l’apprezzamento per il progetto: «Iniziative come questa vanno nella direzione giusta: costruire, unire, riformare». Parole tutt’altro che rituali. Con il partito del Garofano la sintonia c’è da tempo. Il segretario nazionale Enzo Maraio è dato tra i possibili componenti della squadra di governo di Fico, con una delega – si dice – al Turismo. Un segnale politico preciso. Ma il passaggio più significativo delle ultime ore è il vertice a Palazzo San Giacomo proprio con il Pd. Al tavolo il segretario regionale Piero De Luca, primogenito dell’ex governatore, e Teresa Armato, presidente dem e riferimento dell’area più vicina a Manfredi. Circa un’ora di confronto per abbassare i toni e aprire una fase diversa. Il messaggio del sindaco è netto: basta attacchi, ora serve una collaborazione leale nel nuovo scenario che si apre a Santa Lucia. Accordi e intese, ha avvertito Manfredi, non possono restare sulla carta. Anche il Pd deve dimostrare nei fatti un cambio di passo. Il vertice serve anche a preparare il terreno sulla formazione della giunta regionale, tra pressioni incrociate, tempi stretti e i consueti veti. Uno dei quali riguarda il vicepresidente e assessore uscente Fulvio Bonavitacola, deluchiano della prima ora, il cui futuro nell’esecutivo è tutt’altro che scontato. Sul fronte centrista, intanto, Clemente Mastella continua a lanciare segnali di pace, senza rinunciare a marcare le differenze sul principio regolatore dell’esecutivo. «Gli elettori sono disorientati, per non dire incavolati. Voti uno e poi trovi un altro come assessore. È un principio che politicamente non ci sta», avverte il leader di Noi di Centro. Sul tavolo, secondo indiscrezioni, avrebbe messo il nome del sindaco di Solopaca, Pompilio Forgione. Circola anche quello di Sandra Lonardo Mastella, già presidente del Consiglio regionale tra il 2005 e il 2010. Per ora, però, restano solo spifferi. Nulla di confermato.
Diversa – e distante – la posizione di Vincenzo De Luca. L’ex governatore, poco incline per carattere alla mediazione democristiana, non ha mai fatto mistero della sua idea di governo. E se i nuovi assetti regionali non dovessero incontrare il suo gradimento, difficilmente resterà in disparte. E questo al netto del suo probabile ritorno a Salerno per la guida del Comune. Per il momento osserva. Ha scelto la linea dell’attesa: «Parlerò, ma solo quando il quadro sarà definito. È un fatto di serietà e correttezza». De Luca non fa melina, non è nel suo codice genetico oltre che politico. Ma prima ha bisogno di capire. E solo dopo aver misurato quanto del rinnovamento manfrediano passerà soprattutto sulle sue spalle, deciderà cosa dire. E cosa fare. È in questo equilibrio instabile che si muove Manfredi. Con una regia silenziosa ma costante. Non cerca lo strappo, non alza la voce. Lavora sui tavoli, ricuce, include ed esclude. L’obiettivo è dare al campo largo una forma di governo credibile e duratura. Un modello che guarda oltre la Campania e che, inevitabilmente, proietta la sua figura di leader e federatore su uno scenario più ampio: le elezioni politiche del 2027.

