Nella classifica sulla qualità della vita stilata da Il Sole 24 Ore un capitolo è dedicato all’analisi della condizione femminile, valutata sulla base di quattordici parametri differenti che spaziano dall’economia alla politica, dalla formazione alle attività sportive. In questo caso la classifica finale che ne viene fuori è parzialmente differente da quella generale, in particolare nelle posizioni di testa: in cima non c’è più il binomio Trento – Bolzano, ma occorre scendere verso sud per trovare le province più “rosa” d’Italia. Non troppo a sud in realtà, considerato che è la Toscana – più in generale le regioni dell’Italia centrale – a guidare questa particolare classifica: al primo posto, infatti, troviamo Siena, con ben 740,7 punti, seguita a stretto di giro da Firenze, ferma a quota 726. Completa il podio Perugia. Bisogna scorrere la classifica fino all’ottava posizione per trovare una provincia che non appartenga alle regioni del Centro, in questo caso la veneta Treviso.
E se alcuni dati sono incoraggianti, ad esempio la crescita del tasso occupazionale, altri non lasciano intravedere alcun progresso: è il caso del divario di genere in campo lavorativo, con la differenza del tasso di occupazione maschile e femminile che resta inchiodata al 19%. O nel ricorso al part-time, dove la prevalenza femminile resta indiscussa.
E il Mezzogiorno? Qui, purtroppo, si ripete lo schema già visto nella classifica generale ed in quella delle altre sei aree tematiche in cui è articolata la ricerca del quotidiano economico: le province meridionali arrancano – chi più, chi meno – nella parte bassa della classifica. E difficilmente sarebbe stato possibile un risultato diverso: in un quadro socio-economico generale caratterizzato prevalentemente da fattori negativi, come avrebbe potuto la condizione femminile essere quantomeno in linea con la media nazionale?
In particolare, si evidenzia nella ricerca come «alcune dinamiche si ripetono, in quanto espressione di fenomeni radicati nel tessuto economico-sociale nazionale, da cinque edizioni e vedono Nord e Sud agli antipodi: l’occupazione, le giornate retribuite e i gap (più ridotti) di genere premiano i territori settentrionali, in testa anche per competenza numerica e alfabetica».
In questo contesto il risultato delle cinque province della Campania è a dir poco deludente. Anche per Benevento ed Avellino, ovvero le province meglio piazzate – relativamente, s’intende – nella classifica generale sulla qualità della vita. Prima delle campane è Avellino, che si piazza al 79° posto, seguita da Benevento in 83ª posizione. Nettamente staccate seguono poi Salerno al 95° posto – ben cinque posizioni più in basso rispetto al già deludente posizionamento in classifica generale -, seguita da Napoli al 102° e infine da Caserta, solo penultima in 106ª posizione.
Tra le maggiori criticità da segnalare il triste primato della provincia di Napoli in materia di aspettativa di vita alla nascita: uno sconfortante 106° posto, condiviso con Siracusa, per una media di 83,4 anni, due in meno rispetto a quella nazionale. Tra le curiosità da segnale una sorta di cortocircuito che si registra a Benevento: il Sannio è al primo posto a livello nazionale per la presenza di imprese femminili sul totale generale – il dato registra un 29,6% -, evidentemente però la capacità imprenditoriale non riesce a trovare sbocchi in un altro settore fondamentale per la vita della comunità, la partecipazione all’amministrazione della cosa pubblica. Nel Beneventano, infatti, gli amministratori comunali donna sono solo il 22,2%, relegando la provincia all’ultimo posto della classifica nazionale.

