Pelè, un mito consacrato all’eternità: Fenomeno a 17 anni, resterà per tutti O Rey

Ha resistito a diversi difensori che cercavano di ingabbiarlo quando giocava, ma soprattutto ha resistito alla Storia, nonostante attacchi di alto livello come quelli di Cruijff, Socrates, Maradona, Messi e CR7. Alla fine, si può dire che “O Rey” resta eternamente lui, Edson Arantes do Nascimento detto Pelé, che ci ha lasciati nel 2022 dopo una lunga malattia dovuta ad un tumore al colon. Anche perché, rispetto agli altri concorrenti, lui rimane l’unico calciatore al mondo ad aver vinto tre edizioni del campionato mondiale di calcio con la nazionale brasiliana nel 1958, 1962 e 1970. Difficile raccontare le sue imprese. L’immagine di Pelé resta legata al gol realizzato alla Svezia nella finale del 1958, il terzo più bello nella storia della Coppa del Mondo e il primo tra quelli di una finale di un campionato del mondo. Un uomo semplice che ha legato la sua carriera a una squadra di periferia, il Santos, cittadina del litorale paulista, dove i ricchi imprenditori di origine italiana della metropoli brasiliana usano passare il fine settimana bevendo cachaça nei locali notturni oppure succhiando noce di cocco sul lungomare. Con la maglia bianca della squadra brasiliana ha vinto dieci campionati Paulista, quattro tornei Rio-San Paolo, sei edizioni Campeonato Brasileiro Série A, cinque Taça Brasil, due edizioni della Copa Libertadores, altrettante della Coppa Intercontinentale e la prima edizione della Supercoppa dei Campioni Intercontinentali. Da calciatore esperto, a 35 anni, accettò di trasferirsi al New York Cosmos, con un contratto di circa 4,5 milioni di dollari per tre anni, assieme a Carlos Alberto, Beckenbauer e Chinaglia, per promuovere il calcio negli Stati Uniti. Appese le scarpette al chiodo, chiudendo la carriera, il 1° ottobre del 1977 al Giants Stadium di New York con una amichevole tra Cosmos e Santos, al termine della quale fu sollevato in trionfo dai compagni delle due squadre. A lui spetta anche il record di reti realizzate che, secondo i conti della Fifa, sono 1.281 in 1.363 partite, anche se in realtà ha messo a segno 757 reti in 816 incontri ufficiali con una media realizzativa pari a 0,93 gol a partita.
Il millesimo sigillo arrivò su rigore la sera del 19 novembre del 1969, al Maracanà, in un Vasco De Gama-Santos, match della Taca de Prata (il torneo “Roberto Gomes Pedrosa”). Ci vollero quasi 10 minuti prima di battere il penalty, tanti erano i fotografi e i tifosi che vollero appostarsi dietro la porta di Edgardo Andrada per non perdersi quel momento storico. Portato in trionfo gridò: «Aiutate i bambini poveri, aiutate gli abbandonati. È il mio unico desiderio in questo giorno speciale per me». Con la nazionale brasiliana realizzò 77 reti in 92 presenze e venne eletto Calciatore e Pallone d’oro FIFA del secolo. Era nato a Três Corações il 23 ottobre 1940, figlio dell’ex calciatore Dondinho, all’anagrafe João Ramos do Nascimento, finito in miseria a causa dell’interruzione della carriera per un infortunio al ginocchio, e di Maria Celeste Arantes. Da piccolo giocava con una palla di stracci e carta, si allenava calciando un mango e si guadagnava da vivere pulendo le scarpe nelle strade di Bauru. Pare sia stato un suo compagno di scuola a ribattezzarlo “Pelè” perché il futuro fenomeno del calcio mondiale chiamava il portiere della loro squadra “Pilé”, invece che Bilé. Divenne un fenomeno del pallone a soli 17 anni con la maglia del Santos, ma soltanto in Svezia divenne il numero 10 per eccellenza. La lista dei convocati inviata alla Fifa dalla dirigenza della Seleçao era priva di numeri e quindi vennero assegnati a caso: a Gilmar (portiere) il 3, a Didì (attaccante) il 6, alla “Perla nera” il 10. Da lì fece la storia del calcio.

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