Patagonia 1942, il Mundial Dimenticato: quando la fantasia diventa storia

Nel cuore della desolata Patagonia argentina, durante gli scavi paleontologici di Villa El Chocón, gli archeologi si imbatterono in una scoperta sorprendente: uno scheletro umano accanto a una vecchia cinepresa degli anni Quaranta. Quei resti appartenevano a Guillermo Sandrini, cineoperatore argentino di origini italiane, e la sua macchina custodiva un segreto straordinario: le riprese della finale di un Mondiale di calcio che, ufficialmente, non si è mai giocato.
“Il Mundial Dimenticato” è un brillante mockumentary realizzato dai registi italiani Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, uscito nelle sale nel 2012 dopo sei anni di lavorazione e un budget di soli 800.000 euro. Il film, coproduzione italo-argentina presentato al Festival di Venezia nel 2011, trae ispirazione dal racconto “Il figlio di Butch Cassidy” dello scrittore argentino Osvaldo Soriano, che nel 1995 aveva immaginato un mondiale fantasma disputato in Patagonia durante la Seconda Guerra Mondiale.
La forza del film sta nella sua capacità di confondere realtà e finzione. Grazie a un linguaggio rigorosamente documentaristico, all’utilizzo di materiali d’archivio autentici (provenienti da Cinecittà Luce e dall’Archivio Generale della Nazione Argentina) sapientemente mescolati a riprese originali, e alla partecipazione di personalità reali del calcio come Roberto Baggio, Gary Lineker, Jorge Valdano e l’ex presidente FIFA João Havelange, il documentario ha generato accesi dibattiti sulla veridicità dei fatti narrati. Perfino agenzie di stampa internazionali come l’ANSA caddero inizialmente nel tranello, diffondendo la notizia come reale.
Al centro della narrazione c’è il Conte Vladimir Otz, eccentrico mecenate illuminista di origini balcaniche, che nel 1942 decise di organizzare un Mondiale alternativo mentre l’Europa era devastata dalla guerra. Con oltre duecento lettere spedite alle federazioni sportive di tutto il pianeta, Otz riuscì nell’impresa impossibile: radunare dodici squadre in Patagonia per contendersi la Coppa Rimet, misteriosamente riapparsa in quelle terre remote.
Ma queste non erano nazionali professionistiche: erano composte da immigrati, operai, minatori, ingegneri, pescatori, esiliati politici e rivoluzionari in fuga, tutti arrivati in Sud America per costruire una grande diga nel deserto. L’Italia, ad esempio, schierò principalmente lavoratori, affiancati da soli due professionisti ingaggiati grazie a una colletta della comunità italiana: Puricelli e Bernini, soprannominati “il Toro” e “il Pavone”.
Il Mundial dimenticato trabocca di episodi surreali che ne fanno una vera favola calcistica. L’arbitro della finale non era altri che William Brad Cassidy, figlio del leggendario bandito Butch Cassidy, che dirigeva le partite con la pistola al posto del fischietto – proprio come il padre aveva rapinato banche e treni prima di rifugiarsi in Patagonia.
Tra le squadre partecipanti figurava il Real Patagonia, composto interamente da indios Mapuche, voluti dal Conte Otz per coinvolgere la popolazione locale. Il portiere Mapuche era dotato di un talento straordinario: riusciva a parare tutti i rigori ipnotizzando gli avversari con lo sguardo. In finale, questi indigeni riuscirono nell’impresa di battere la Germania 2-1, vanificando i piani propagandistici di Hitler che aveva inviato giocatori professionisti come Klaus Kramer.
Guillermo Sandrini, il cineoperatore incaricato di filmare il torneo, si rivelò un geniale inventore. Per catturare le azioni di gioco da angolazioni rivoluzionarie, creò strumenti futuristici per l’epoca: il “cine-casco”, la “camera fluttuante”, la “trampilla” e perfino la “cine-pelota” – la prima telecamera subacquea della storia del cinema.
Non mancò nemmeno un triangolo amoroso degno di un romanzo: Helena Otz, fotografa ebrea e figlia del Conte, conquistò contemporaneamente il cuore del soldato tedesco Klaus Kramer, del cameraman Sandrini e del portiere Mapuche, aggiungendo passione e dramma alla vicenda sportiva.
Il 19 dicembre 1942, durante la finale tra Germania e Real Patagonia, un violento nubifragio si abbatté sulla regione provocando un’alluvione devastante. Lo stadio collassò e tutti fuggirono in preda al panico, tranne Sandrini che, fedele alla sua missione, continuò a filmare fino all’ultimo respiro. Morì annegato, ma la sua cinepresa preservò per quasi sessant’anni il segreto del vincitore di quel Mundial fantastico.
I registi Garzella e Macelloni hanno giocato magistralmente con l’ambiguità, lasciando allo spettatore il compito di stabilire dove finisce la memoria e inizia la leggenda. Come ha dichiarato Filippo Macelloni: “I Mondiali in Patagonia si giocarono davvero? Non è vero, ma credo di sì”. Questa zona grigia tra documentario e fiction ha reso “Il Mundial Dimenticato” un’opera unica, capace di celebrare un calcio genuino e patriottico ormai scomparso, fatto di passione pura e valori autentici, lontano anni luce dal business globalizzato dello sport moderno.
Il film rimane un piccolo gioiello del cinema italiano, testimonianza che la qualità di una storia e la capacità di raccontarla non si misurano con i parametri del budget, ma con la forza dell’immaginazione e l’amore per la narrazione.

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