Tredici sì e due astensioni, quelle – preannunciate – di Russia e Cina: così il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione presentata dagli Stati Uniti, documento che recepisce i contenuti del “piano Trump” per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.
Il documento approvato prevede l’istituzione di una Forza Internazionale di Stabilizzazione – sulla cui composizione si sta già da tempo consumando un serrato confronto diplomatico – con un mandato biennale finalizzato alla messa in sicurezza dei confini, alla distribuzione degli aiuti umanitari, alla formazione ed al dispiegamento di una nuova forza di polizia palestinese e al disarmo delle milizie, Hamas in testa. Solo nel momento in cui la Forza Internazionale sarà in grado di garantire la sicurezza in tutta la Striscia l’esercito israeliano procederà al ritorno dalla zona che attualmente occupa.
Parallelamente dovrebbe procedere la costituzione del “Board of Peace”, l’autorità internazionale chiamata a governare Gaza e a gestire la transizione dei poteri ad una nuova amministrazione palestinese, naturalmente epurata da Hamas.
Presupposto necessario, il voto favorevole del consiglio di sicurezza, ma non sufficiente perché si possa finalmente passare alla fase due del piano, ovvero stabilizzare il cessate il fuoco ed avviare la fase di ricostruzione. Necessario perché copre con un mandato internazionale la costituzione e l’azione della forza di pace internazionale che dovrebbe essere dispiegata nella Striscia durante la fase di transizione, non sufficiente perché restano ancora vaghi poteri e composizione dell’autorità internazionale che dovrebbe governare la striscia almeno fino al dicembre 2027.
E la stessa idea di una amministrazione internazionale della Striscia di Gaza è ben lungi dall’essere accettata da tutte le parti in causa, ad iniziare da chi finora ha governato il territorio: Hamas.
Secondo il movimento palestinese una “tutela” internazionale sulla Striscia di Gaza finirebbe per separarla definitivamente dal resto dei territori palestinesi, ponendo una seria ipoteca sulla nascita di uno stato indipendente. Quanto alla forza internazionale, Hamas la considererebbe una parte in conflitto; il disarmo della sua componente militare è questione che attiene unicamente le autorità palestinesi.
Diametralmente opposta la reazione dell’Anp, secondo cui la risoluzione statunitense riafferma il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e all’indipendenza.
La risoluzione approvata dal consiglio di sicurezza contiene un passaggio che sottolinea come “le condizioni potrebbero finalmente essere mature per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese”, tuttavia non delinea un percorso preciso verso questo obiettivo, che resta vago e indicato solo come una possibilità e non come un traguardo da raggiungere.
Del resto l’idea che possa nascere uno stato indipendente palestinese continua ad essere respinta con forza dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e da molti dei suoi ministri. Nonostante ciò – o forse proprio per questo – il premier israeliano ha commentato con soddisfazione il recepimento del piano Trump da parte del consiglio di sicurezza: «è positivo per la pace e la prosperità perché include il completo disarmo e la deradicalizzazione della Striscia».

