Naddeo: «Scuola, ecco le sfide educative»

Claudio Naddeo è il presidente della costola salernitana dell’Associazione nazionale presidi. Rettore del Convitto Nazionale “Tasso” di Salerno, e da quest’anno dirigente temporaneo dell’Istituto Alberghiero Virtuoso, conosce bene le sfide educative e organizzative che la scuola è chiamata ad affrontare, con uno sguardo sempre attento alle trasformazioni che riguardano studenti e famiglie.
Presidente Naddeo, il quotidiano tedesco Die Zeit ha acceso i riflettori sulla scelta di alcuni istituti italiani di introdurre un “dress code” per gli studenti.
«Non vedo la necessità di ribadire ciò che dovrebbe essere già percepito: il decoro legato alla funzione che si svolge e al luogo in cui ci si trova. Vale per la scuola come per la chiesa o qualsiasi altro contesto».
Esistono situazioni in cui siete costretti a richiamare i ragazzi?
«Qeusto può accadere soprattutto nei mesi più caldi. La moda giovanile spesso non coincide con il rispetto di quelli che sono canoni non scritti ma che derivano dalla sacralità – mi si passi il termine – della funzione della scuola e, in generale, del luogo che si frequenta».».
|Il dress code si lega al tema più ampio del patto educativo scuola-famiglia.
«Assolutamente sì, è fondamentale. Il patto educativo con le famiglie è la base su cui costruire il rispetto delle regole e la crescita dei ragazzi. Senza questa alleanza, la scuola da sola non può bastare».
Nella sua esperienza quotidiana, come vede cambiare i ragazzi: quali sono le sfide educative più urgenti?
«Siamo in un’epoca senza precedenti. Le sfide educative fanno parte da sempre del gap generazionale tra educatori ed educandi ma oggi sono amplificate dal digitale».
Ultime disposizioni in vigore da quest’anno, anche nelle superiori: il divieto di utilizzo dei cellulari. Cosa ne pensa?
«Il problema non è lo smartphone in sé. E’ l’abuso che se ne del suo utilizzo che ha determinato un’emergenza educativa con ricadute negative sull’apprendimento e sui ritmi di apprendimento».
La scuola appartiene al presente e non può restare chiusa al digitale.
«Abbiamo già avuto un Piano nazionale scuola digitale ma negli ultimi due anni lo scenario si è complicato ulteriormente».
Si riferisce all’intelligenza artificiale?
«Esattamente. Da un lato offre risorse straordinarie per l’apprendimento, dall’altro pone rischi e criticità che ancora non sappiamo gestire del tutto».
Come si risolve questa sfida dei tempi?
«L’obiettivo è educare all’utilizzo del digitale. Non demonizzarlo ma insegnarne un uso critico e consapevole. Pensiamo, ad esempio, al cyberbullismo: è un’emergenza reale che ha richiesto leggi specifiche e un riassetto interno delle scuole. Oggi abbiamo tavoli e team dedicati per la gestione di questi casi, segno di un ripensamento organizzativo quotidiano».
Qual è lo stato di salute della scuola nel nostro territorio?
«E’ buono. Lo stesso ministro Valditara ha sottolineato il miglioramento netto e complessivo della Campania rispetto a una grande emergenza educativa: la dispersione scolastica. Abbiamo recuperato molto, anche grazie a risorse come Pnrr e Agenda Sud, e siamo riusciti addirittura a superare alcune regioni del centro-nord. Un recupero storico».
Come presidente provinciale dell’Associazione nazionale presidi, quali sono le principali richieste che arrivano dai dirigenti scolastici salernitani?
«Il tema più urgente è il rischio burnout. Il carico di responsabilità dei dirigenti è triplicato. La parola chiave della nostra associazione professionale è “fare rete”. Una parte importante del mio lavoro quotidiano è proprio supportare gli altri dirigenti, fare da filtro con i livelli centrali nazionali e garantire un sostegno reciproco. Questo spirito di squadra ci aiuta molto».
Quale modello di scuola immagina per i prossimi dieci anni?
«Sono ottimista e curioso. Penso al modello del 4+2 per l’istruzione tecnica e professionale: indirizzi quadriennali collegati agli Its. Vedo scenari interessanti che offrono alle scuole la possibilità di rispondere meglio alle esigenze dei giovani e del territorio. L’autonomia scolastica oggi ci consente di progettare liberamente: sta a ogni scuola decidere quanto mettersi in gioco perché gli strumenti – va detto – ci sono».

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