Missili yemeniti su Israele: il conflitto si allarga ancora

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Il conflitto innescato dall’attacco statunitense ed iraniano continua ad espandersi, a dispetto degli annunci del presidente Trump, secondo cui le trattative in corso – smentite da Teheran – lasciano intravedere a breve la fine della guerra.
Nella giornata di ieri un nuovo contendente è sceso in campo: dopo aver a lungo minacciato di affiancare l’Iran, dinanzi ai bombardamenti che hanno colpito alcune industrie strategiche, gli Houthi hanno rotto gli indugi colpendo Israele con un missile balistico. L’attacco non avrebbe provocato né vittime, né danni, tuttavia non va sottovalutato: la campagna condotta lo scorso anno dagli Houthi in sostegno dei combattenti di Gaza ha provocato non pochi danni, ad iniziare dalla quasi completa paralisi del porto israeliano di Eilat.
E proprio la minaccia al traffico navale nel Mar Rosso costituisce il principale rischio legato all’ingresso degli Houthi nel conflitto. Come dimostra il blocco attuato nella fase più acuta della guerra di Gaza, gli Houthi con gli attacchi alle navi mercantili in transito attraverso lo stretto di Bab el Mandeb sono in grado di paralizzare il traffico in questo strategico braccio di mare.
Le ricadute negative sull’economia mondiale sono immediate, ad iniziare dall’aumento dei noli e delle assicurazioni per le navi impegnate sulla rotta del Mar Rosso, la riduzione dei passaggi attraverso il canale di Suez (con crollo delle entrare per l’Egitto) e calo degli arrivi nei porti mediterranei, ad iniziare da quelli dell’Italia meridionale.
A questo va poi a sommarsi il blocco già in atto dello stretto di Hormuz: una vera e propria tempesta perfetta che minaccia di abbattersi sui traffici navali. Con inevitabili conseguenze negative per l’economia mondiale.
Intanto il Centcomn statunitense ha annunciato l’arrivo nel Golfo Persico di 3.500 marines, parte della Task Force imbarcata dispiegata nel settore in vista dell’avvio di una possibile fase terrestre del conflitto. Entro la fine della prossima settimana è atteso l’arrivo in teatro di ulteriori forze terrestri.
Al momento non sarebbe stata presa alcuna decisione in merito ad una possibile invasione di terra dell’Iran, ipotesi che diversi Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti vedono con preoccupazione, in vista della possibile reazione iraniana.
In questo scenario si conclude la quarta settimana di guerra: dopo un mese è più che evidente come l’inziale valutazione statunitense di un conflitto breve e di un cambio di regime a Teheran dopo l’uccisione dei vertici politico-militari della Repubblica Islamica fosse completamente errata.
Un errore di valutazione che pone ora l’inquilino della Casa Bianca dinanzi ad un bivio: da un lato puntare ad un compromesso con gli iraniani e chiudere in tempi brevi il conflitto – anche sulla spinta del timore per le conseguenze negative della guerra sull’economia -, dall’altro intensificare ulteriormente le operazioni militari nel tentativo di piegare la resistenza iraniana.
Ipotesi, quest’ultima, non priva di complicazioni, ad iniziare dal sensibile depauperamento degli arsenali americani e israeliani dopo un mese di conflitto ad alta intensità (e tenendo conto delle forniture fatte all’Ucraina).
Un rebus difficile da sciogliere.

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