L’era romantica di Michael Owen, quando il calcio era ancora poesia

Se esistesse un’unità di misura per l’esplosività nel calcio, probabilmente porterebbe il nome di Michael Owen. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, il centravanti di Chester non è stato semplicemente un calciatore: è stato un terremoto che ha scosso le fondamenta della Premier League e del calcio internazionale. La sua parabola, fulminea come uno dei suoi scatti, rappresenta uno dei capitoli più affascinanti e, per certi versi, malinconici della storia sportiva britannica.
Michael James Owen nasce nel 1979 sotto il segno del destino. Figlio d’arte (il padre Terry giocò per l’Everton), Michael sceglie però la sponda rossa della Mersey. Fin dai primi passi nelle giovanili del Liverpool, i tecnici capiscono di trovarsi di fronte a qualcosa di alieno. Owen non gioca come un adolescente; ha la freddezza di un veterano e una velocità che rende ridicoli i difensori pari età. Supera ogni record di precocità, segnando raffiche di gol che costringono Roy Evans a lanciarlo in prima squadra a soli 17 anni.
Il debutto contro il Wimbledon nel maggio 1997 è il presagio di ciò che verrà: entra e segna. La stagione successiva, 1997-98, è quella della definitiva consacrazione. A 18 anni vince la Scarpa d’Oro della Premier League (titolo che bisserà l’anno dopo), diventando il più giovane di sempre a riuscirci. Ma è l’estate del 1998 a trasformarlo in un’icona globale.
Il 30 giugno 1998, allo stadio Geoffroy Guichard di Saint-Étienne, va in scena ottavo di finale Mondiale tra Inghilterra e Argentina. Al 16’ minuto, Beckham serve Owen a centrocampo. Quello che segue è pura poesia cinetica: Michael controlla la palla col tacco, accelera bruciando José Chamot, punta l’area, manda al bar Roberto Ayala con una finta di corpo verso l’esterno e scarica un destro terrificante all’incrocio dei pali opposto.
In quegli undici secondi di corsa, Owen smise di essere un talento locale per diventare il “Wonder Boy”. Quella rete non fu solo un gol; fu la dichiarazione d’intenti di una nazione che credeva di aver finalmente trovato l’erede di Bobby Charlton. Owen era il ragazzo della porta accanto che correva più veloce della luce, un eroe pulito in un calcio che stava diventando sempre più muscolare e mediatico.
Il picco assoluto della carriera di Owen arriva nel 2001. È l’anno in cui il Liverpool di Gérard Houllier fa incetta di trofei, portando a casa una storica tripletta: League Cup, FA Cup e Coppa UEFA. La finale di FA Cup contro l’Arsenal rimane il manifesto della sua letalità. Sotto 1-0 a sette minuti dalla fine, Owen segna due gol in rapida successione, ribaltando la partita da solo grazie a un senso della posizione che rasentava la chiaroveggenza.
Pochi mesi dopo, a Monaco di Baviera, l’Inghilterra schianta la Germania per 5-1. Owen segna una tripletta. Questi risultati convincono la giuria di France Football: Michael Owen vince il Pallone d’Oro 2001, superando giganti come Raúl e Oliver Kahn. È l’ultimo inglese a sollevare il trofeo, un traguardo che lo proietta nell’Olimpo, ma che paradossalmente segna anche l’inizio della fase discendente.
Il gioco di Owen era basato interamente su una biomeccanica estrema: accelerazioni brutali e frenate improvvise. Questo stile di gioco, però, presentava un conto salatissimo ai suoi muscoli.
Già a 19 anni aveva subito il primo grave infortunio ai tendini del ginocchio, una ferita che non si sarebbe mai rimarginata del tutto. Nel 2004, spinto dal desiderio di vincere la Champions League, accetta la corte del Real Madrid dei Galacticos. In Spagna, Owen vive una stagione ambivalente: pur partendo spesso dalla panchina dietro Ronaldo e Raúl, mantiene una media gol-minuti giocati impressionante. Tuttavia, il sistema Madrid non lo valorizza e la nostalgia della Premier si fa sentire. Il ritorno in Inghilterra nel 2005, sponda Newcastle, doveva essere il rilancio, ma fu l’inizio del calvario. Ai Mondiali del 2006, dopo pochi secondi di gioco contro la Svezia, il suo ginocchio cede completamente. È la fine del “primo” Owen, quello capace di seminare chiunque palla al piede. Gli ultimi anni di carriera sono un tentativo dignitoso di restare ai vertici nonostante un fisico ormai logoro. Il passaggio al Manchester United nel 2009 fa infuriare i tifosi del Liverpool, ma gli regala l’unico titolo di Premier League della sua carriera. Il gol al 96′ nel derby contro il City rimane l’ultimo grande ruggito di un leone ferito. Ritiratosi a 33 anni, Owen ha lasciato un vuoto tattico difficile da colmare.
Non era un “nove” d’area classico, né una seconda punta di manovra; era un predatore degli spazi aperti. La sua velocità era la sua arma e la sua condanna. Oggi, rivedendo i suoi gol, resta la sensazione di aver assistito a una stella che ha bruciato con un’intensità tale da esaurirsi troppo presto, ma lasciando una scia di luce che ancora oggi abbaglia chiunque ami il gioco del calcio.

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