Le radici profondedi un editore per vincere la crisi

Non mi era mai successo di fare un’intervista senza essere preparato. In redazione abbiamo pensato di fare un percorso: intervistare alcuni editori meridionali, capire cosa significa fare cultura in questa parte del Paese, quali sono le difficoltà.
D’Amico Editore è di proprietà di Vincenzo D’Amico. L’unica cosa che so, mentre sto andando al luogo convenuto, è che la sua è una casa editrice molto radicata sul territorio. La sede si trova a Nocera Superiore, non lontano da Salerno. Non ho mai visto un libro loro e penso che sia una cosa buona, una volta tanto, non sapere chi avrò di fronte. Sarà un’esperienza. Non ho mai preconcetti, ma questa volta potrò raccontare la persona, vedere cosa proverò quando l’avrò davanti.
Piove, non lo so perché ma piove spesso quando devo intervistare qualcuno. Forse, come accadeva nella favola Encanto, è il mio umore che condiziona il clima.
Prima che arrivi Vincenzo, alla libreria dove c’incontreremo, chiedo dei libri della D’Amico e scopro che uno zio di mia moglie, defunto da poco più di un mese, ha pubblicato un libro con loro. Era un uomo di giurisprudenza, esperto di diritto, ma anche uno studioso di lingua napoletana. Il libro si chiama Ditto e scritto. La cosa mi pare alquanto curiosa e scatto una foto da mandare a mia moglie. I libri che ho trovato sugli scaffali, hanno tutti a che fare con la lingua napoletana. C’è addirittura una traduzione dell’Inferno dantesco. Il titolo di questa versione è Lo ‘Nfierno. La traduzione è opera di Domenico Jaccarino, pubblicato nel 1870.
Quando arriva Vincenzo, prendiamo posto. Gli spiego che non userò un registratore e lui mi guarda perplesso. Cerco di rassicurarlo, che ho un metodo e che, in ogni caso, potrà leggere il pezzo prima che venga pubblicato. Sorride, ma rimane poco convinto.
Per rompere il ghiaccio gli dico che conoscevo l’autore di Ditto e scritto, che era quasi un mio parente, ma poi scopro che lui lo conosceva meglio di me. Gli chiedo da quando ha deciso a fare l’editore e mi spiega che ha cominciato nel 2013, prima vendeva comunque i libri, se ne occupava on line.
«Ci sono moltissimi libri dimenticati – mi ha detto – libri i cui diritti non appartengono più a nessuno».
A questo punto si scioglie, Vincenzo, la sua iniziale diffidenza lentamente scompare. Quando parla del suo catalogo, quando elenca alcune delle sue scoperte, si entusiasma come un bambino. La sua passione è trascinante e il viso si addolcisce, quasi sorride sciorinando nomi, date, racconti che altrimenti sarebbero andati perduti. Per tanti versi il suo è un lavoro di riesumazione, è quasi un archeologo che scava nel nostro passato, nella cultura e in quella lingua napoletana che appartiene al mondo intero e che, troppo spesso, viene offesa, pronunciata male e scritta peggio.
«Abbiamo una media di venticinque novità ogni anno», mi spiega con fierezza ed è un numero impressionante. So che i libri sono creature fragilissime, che vivono quanto un efemerottero e allora gli chiedo come riesca a seguire tutte queste novità. Mi dice che, per fortuna, ci sono delle persone che lo aiutano, professori universitari, esperti, collezionisti, amanti, meridionalisti.
Mentre parliamo siamo preda delle zanzare, la pioggia le eccita e ci saltano addosso. I nostri discorsi sono intervallati dal rumore degli schiaffi che ci diamo sulla pelle. Vincenzo riceve diverse telefonate, si scusa, risponde. I suoi servigi sono molto richiesti, la sua competenza in materia è evidente. Una cosa che mi diverte sapere è se ha il tempo di leggere anche libri fuori dal lavoro e allora mi confessa di aver letto un libro di Houellebecq, di recente, Sottomissione e non gli è dispiaciuto. Confesso di avere pensieri discordanti sullo scrittore francese, Estensione del dominio della lotta è quello che preferisco, ma anche quello che meno gli appartiene.
Prima di andare mi svela che sono in cantiere anche libri di autori stranieri, mi parla di Walter Besant, un autore vittoriano che non conosco, scrisse racconti distopici, simili a 1984 di Orwell, con descrizioni di società che sembrano quella di oggi.
«Forse non sono proprio libri di finzione – osserva – ma ne riparliamo quando escono».

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