Trentacinque anni fa l’Italia si preparava a vivere un’estate indimenticabile. Dal 8 giugno al 8 luglio 1990, il Paese ospitava per la seconda volta nella sua storia i Campionati Mondiali di calcio, dopo l’edizione del 1934. Fu un torneo che segnò un’epoca, non solo per gli appassionati di sport, ma per l’intera nazione, unita dalla colonna sonora di Gianna Nannini e Edoardo Bennato, “Notti Magiche”, diventata l’inno di un’estate irripetibile che ancora oggi risuona nella memoria collettiva degli italiani.Il torneo si giocò in dodici città, da Bari a Milano, da Roma a Palermo, con stadi completamente ristrutturati per l’occasione. Il governo italiano investì cifre enormi nell’ammodernamento degli impianti: lo Stadio San Paolo di Napoli, dove giocò l’Argentina di Maradona, il Delle Alpi di Torino, criticato per la pista d’atletica che allontanava gli spalti dal campo, lo Stadio Olimpico di Roma, teatro della finale, e il San Nicola di Bari, progettato dall’architetto Renzo Piano specificamente per il Mondiale. Gli investimenti superarono i 600 miliardi di lire dell’epoca, una cifra astronomica che trasformò radicalmente l’architettura calcistica italiana.La mascotte ufficiale fu “Ciao”, un omino stilizzato con testa a pallone e corpo tricolore formato dai colori della bandiera italiana, che divenne un’icona pop dell’epoca. Il merchandising legato a questa mascotte invase l’Italia intera: dalle figurine ai peluche, dai portachiavi alle magliette. Ma il vero simbolo tecnico del Mondiale fu il pallone Adidas Etrusco Unico, decorato con teste di leone etrusche che richiamavano l’antica civiltà italiana, primo pallone completamente impermeabile della storia dei Mondiali grazie a uno strato interno di schiuma sintetica.L’Italia di Azeglio Vicini arrivò all’appuntamento con grandi aspettative e una formazione che mescolava esperienza e gioventù. La squadra azzurra, con campioni affermati come Franco Baresi, Paolo Maldini, Giuseppe Bergomi e giovani talenti come Roberto Baggio e Salvatore Schillaci, conquistò il terzo posto dopo una semifinale drammatica contro l’Argentina di Diego Armando Maradona, persa ai rigori allo Stadio San Paolo di Napoli. Fu una serata carica di tensione emotiva e contraddizioni: Maradona, idolo indiscusso dei napoletani che lo veneravano come un dio del calcio, si trovò a dover sfidare l’Italia proprio nella sua Napoli adottiva.
Prima della partita, il Pibe de Oro provocò aspre polemiche invitando i tifosi partenopei a ricordarsi che per 364 giorni all’anno erano considerati stranieri nel loro stesso Paese, un riferimento ai pregiudizi nord-sud ancora presenti nella società italiana.Salvatore Schillaci, detto Totò, attaccante della Juventus fino ad allora poco conosciuto al grande pubblico, diventò l’eroe inaspettato e il simbolo del torneo. Convocato quasi all’ultimo momento, Schillaci iniziò il Mondiale in panchina ma conquistò il posto da titolare già dopo la prima partita. I suoi occhi spiritati, spalancati dopo ogni gol, divennero l’immagine simbolo di Italia ’90, riprodotta su giornali e televisioni di tutto il mondo. Il palermitano vinse la Scarpa d’Oro con sei reti, trascinando gli Azzurri fino alla semifinale e conquistando anche il Pallone d’Oro come miglior giocatore del torneo, un riconoscimento che nessuno si sarebbe aspettato prima dell’inizio della competizione.La finale, disputata l’8 luglio all’Olimpico di Roma davanti a 73.603 spettatori, fu probabilmente la più brutta e controversa della storia dei Mondiali: Germania Ovest-Argentina terminò 1-0 con un rigore contestatissimo di Andreas Brehme all’85’. L’arbitro messicano Edgardo Codesal, alla sua prima finale mondiale, espulse due argentini, Pedro Monzón e Gustavo Dezotti, e fischiò un penalty dubbio per un presunto fallo di Roberto Sensini su Rudi Völler che decise la partita. Maradona, a fine gara, pianse disperato sul campo mentre la Germania festeggiava il terzo titolo mondiale della sua storia, un’immagine che fece il giro del mondo e che ancora oggi rappresenta una delle foto più iconiche del calcio.Italia ’90 passò alla storia anche per un record negativo che ne condizionò pesantemente il ricordo: fu il Mondiale con la media gol più bassa di sempre, appena 2,21 a partita, con ben sedici partite terminate 1-0 e quattro pareggi 0-0. Il calcio difensivo e ultratattico dominava, con le squadre più preoccupate di non perdere che di vincere, rendendo molte partite noiose, bloccate e frustranti per gli spettatori. La FIFA decise proprio dopo questo torneo di modificare alcune regole fondamentali, tra cui quella del retropassaggio al portiere, che da quel momento non poteva più essere raccolto con le mani, per rendere il gioco più spettacolare e offensivo.

