Quanto pesa il “grigio” nell’economia italiana e, in particolare, nelle regioni del Mezzogiorno? A questo interrogativo risponde il report dell’Istat reso pubblico nella giornata di ieri, un documento che, alla chiusura dell’anno ormai, mette a fuoco le principali dinamiche economiche che interessano il Paese, evidenziando il permanere di un divario Nord – Sud che attraversa in maniera indistinta praticamente tutti i settori economici, con evidenti ricadute sociali.
L’Istat, più precisamente, usa la definizione di “economia non osservata” per definire l’insieme della componente sommersa e di quella illegale dell’economia italiana. Il primo dato che balza all’occhio anche dell’osservatore più distratto è proprio il peso complessivo del “grigio” sul sistema Paese: l’economia “non osservata” rappresenta in Italia l’11,3% del valore aggiunto complessivo, in aumento di un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Componente più rilevante di questo valore è rappresentato – si legge nel report – dalla “sotto-dichiarazione dei risultati economici delle imprese (6%) e dall’impiego di lavoro irregolare (4%)”; il restante è costituito in massima parte dalle componenti più strettamente illecite.
Il quadro che emerge è segno evidente della scarsa trasparenza del sistema economico nazionale, non solo per la presenza di organizzazioni criminali profondamente strutturate ed in grado di permeare a fondo diverse realtà territoriali, ma anche per una componente “sommersa”, di per se stessa non illegale, che tuttavia nessuna misura governativa adottata nel corso degli ultimi anni è mai riuscita a portare alla luce del sole. Anche – se non soprattutto – a causa di un carico fiscale che ha pochi paragoni a livello europeo, soprattutto se confrontato con quantità e qualità dei servizi erogati dallo stato nelle sue diverse articolazioni funzionali e territoriali.
A fronte del dato nazionale, è poi interessante osservare l’impatto dell’economia “non osservata” sui diversi territori. Ed anche in questo caso al Mezzogiorno tocca recitare un ruolo decisamente non gratificante: è nelle regioni meridionali, infatti, che maggiore è il peso del sommerso e dell’illegalità. Qui il valore dell’economia “non osservata” raggiunge il 16.5%, oltre cinque punti in più rispetto alla media nazionale. Anche le due componenti principali di questo valore aggiunto nelle regioni del Meridione sono superiori alla media nazionale: la sotto-dichiarazione dei risultati economici delle imprese al Sud “vale” il 7.6% (al Nord – Ovest è al 4,5%), mentre la quota di valore aggiunto generato da impiego di lavoro irregolare arriva al 6.5%
Ad indossare la maglia nera a livello nazionale è la Calabria, regione dove il valore aggiunto complessivo generato dall’economia “non osservata” raggiunge addirittura il 19%, praticamente un quinto del totale. Al lato opposto della classifica c’è la provincia autonoma di Bolzano, con “solo” il 7.4%.
Nessuna sorpresa per quel che riguarda il peso del lavoro irregolare, settore in cui il Mezzogiorno – purtroppo – vanta una solida tradizione: il sommerso dovuto all’impiego di lavoro irregolare vale l’8.3% in Calabria, che si conferma maglia nera a livello nazionale, seguita dalla Campania con il 7% e dalla Sicilia con il 6,4%.
Non sorprende, infine, che anche il peso dell’economia illegale e delle altre componenti dell’economia “non osservata” abbiano un peso maggiore in Calabria – al 3.2% – che nelle altre regioni e province autonome d’Italia.

