«L’attuale regionalismo mette a rischio l’uguaglianza»

“Servono ancora le Regioni?” è intorno a questo interrogativo – che dà anche il titolo al libro edito da Colonnese – che Pietro Spirito e Isaia Sales sviluppano un’interessante riflessione sull’attualità politica italiana. Ne parliamo con uno degli autori.
Professore Spirito il regionalismo italiano non è centrale nello studio e nel confronto politico, crede che questo oblio abbia origini storiche?
«Le regioni sono fuori dalla storia istituzionale nazionale, noi proveniamo da sette staterelli unificati dai Savoia e dall’abilità politica di Cavour. Lo Stato unitario decise di intraprendere la strada centralista, ritenendo ci fossero funzioni che non potevano essere delegate ad enti territoriali. Ricordiamo che solo il 2% della popolazione votava e solo il 2% conosceva l’italiano. Insomma, un Paese virtuale. Ad inizio del ‘900 si decise di andare verso il decentramento amministrativo tramite i comuni, il mattoncino fondamentale dell’Italia istituzionale. Le regioni erano solo una espressione geografica su principi meramente oleografici. L’Assemblea costituente a causa del Fascismo decise di adottare un decentramento amministrativo. Sturzo intendeva le regioni come struttura intermedia. Bisogna ricordare che le regioni speciali prendono vita prima della Costituente. Da qui i costituenti dovendo disciplinare solo quelle ordinarie. Trovarono il compromesso di metterle in Costituzione, ma non attuarle subito. Bisognerà aspettare gli anni Settanta».
Come mai proprio gli anni Settanta?
«La DC decise di dare un governo periferico alla grande avanzata del Partito Comunista che non avrebbe potuto fare parte del governo nazionale. Gli americani non lo avrebbero mai permesso. Per cui si è pensato a questo sfogo periferico. Ma all’epoca i poteri regionali erano laschi e solo amministrativi».
Quando cambiarono davvero i poteri delle regioni?
«Con Tangentopoli morirono tutti i partiti e nacque la Lega Nord che fece della autonomia regionale la sua battaglia principale. Così i partiti cercarono di incapsularla dentro la riforma costituzionale, ossia quella del Titolo Quinto del 2001. Una vera iattura, una legge pasticciata che conferì alle regioni un potere concorrente a quello dello Stato in ventitré materie decisive. Assistiamo alla paralisi dello Stato. Con l’attuale governo riemerge con forza l’azione della Lega che spinge verso l’autonomia differenziata, ma sembra più una secessione. È la rottura della solidarietà nazionale».
Quindi per lei c’è il rischio di creare politicamente e amministrativamente tante Italie?
«Guardi con la sentenza 192 del 2024 la Corte costituzionale ribadisce che esiste un solo popolo, quello italiano, congiuntamente all’uguaglianza dei cittadini. Quindi non può esistere il popolo padano o altro e se si legifera in modo differente tra Regioni i cittadini perdono la peculiarità dell’uguaglianza».
Non crede che sia un paradosso per un governo conservatore e nazionale cedere a spinte secessioniste?
«L’attuale governo ha fatto la riforma della giustizia perché la voleva Forza Italia, quella del premierato per Fratelli d’Italia e quella sull’autonomia differenziata perché la vuole la Lega. È l’attuale politica».
È davvero solo questa l’attuale politica?
«La politica dopo Tangentopoli è morta. Ora cosa si fa? Al posto di fare uno Stato forte si creano le ridotte delle Regioni. I governatori hanno tanti poteri e poche responsabilità e sono loro il nocciolo duro della seconda Repubblica. Le regioni impongono tasse per il 7% mentre spendono il 30% della spesa pubblica. Questo sistema ha creato una sorta di dipendenza della politica dalle Regioni. Tutti i leader nazionali sono sempre molto cauti quando devono decidere chi candidare alle regionali, sindaci e governatori sono i soli ad essere eletti direttamente. Le elezioni regionali si svolgono con leggi tutte differenti tra loro, ma com’è possibile? In più le regioni hanno ucciso le città metropolitane poiché non gli assegnano i fondi necessari. I comuni sono quasi 8000 spendono l’8%, le 20 regioni il 30% della spesa pubblica. Ma questi dati non sono oggetto di discussione pubblica».
Quale consiglio darebbe al nuovo governatore campano?
«Sicuramente di restituire ai comuni. Veda le regioni hanno desertificato il governo dei territori per questo bisognerebbe creare delle unioni comunali le quali possano generare progettualità e programmazione disegnate direttamente sulle loro esigenze. In Campania ci sono 550 comuni alcuni piccolissimi. Bisogna accorparli in realtà da 30-50 mila abitanti, queste realtà potrebbero poi dialogare direttamente con la Regione. Sarebbe un grande gesto di generosità e dignità che spoglierebbe le regioni del potere d’interdizione dei fondi grazie al quale l’Italia è morta».

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