Il 15 dicembre 1995 la Corte di Giustizia Europea pronunciò una sentenza destinata a rivoluzionare per sempre il mondo del pallone. Protagonista involontario: un modesto centrocampista belga
Era l’estate del 1990, quella delle Notti Magiche di Italia ’90, dei gol di Totò Schillaci e del clamoroso trasferimento di Roberto Baggio dalla Fiorentina alla Juventus. Mentre il mondo del calcio celebrava il Mondiale, in Belgio un centrocampista ventiseienne stava per innescare una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre le regole del gioco. Il suo nome era Jean-Marc Bosman, e pochi potevano immaginare che sarebbe diventato più famoso di tanti campioni, pur senza aver mai raggiunto i loro livelli sportivi. Nato a Liegi il 30 ottobre 1964, Bosman era cresciuto nelle giovanili dello Standard, la squadra più prestigiosa della sua città. Dopo aver firmato il primo contratto a diciassette anni, era stato aggregato alla prima squadra nel 1983, vincendo subito la Supercoppa del Belgio. Aveva fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili belghe, arrivando a indossare la fascia di capitano dell’Under-21. Una carriera onesta, quella con lo Standard prima e con il RFC Liegi poi: 111 presenze nel campionato belga, 9 apparizioni in Coppa UEFA, e nel 1990 anche una Coppa del Belgio conquistata con l’RFC Liegi, seppur senza giocare. Nell’estate di quell’anno il suo contratto con il Royal Football Club Liegi era in scadenza. Il club gli offrì un rinnovo, ma alle condizioni del 75% in meno di stipendio. Una proposta irricevibile per un giocatore ancora nel pieno della carriera. Bosman declinò e trovò rapidamente un accordo con l’USL Dunkerque, squadra francese di seconda divisione che gli garantiva uno stipendio triplicato. Sembrava l’inizio di un nuovo capitolo della sua vita professionale. Invece fu l’inizio di un incubo. Il Dunkerque aveva offerto al Liegi un indennizzo per il trasferimento, ma la società belga lo ritenne insufficiente. La richiesta era di 11.000 franchi belgi, circa 375.000 euro. Una cifra spropositata per un club di seconda divisione francese e per un giocatore ormai svincolato. All’epoca infatti vigeva una regola che oggi appare incomprensibile: anche i calciatori a fine contratto non erano liberi di trasferirsi senza che la società di provenienza ricevesse un’indennità. Un sistema che di fatto negava la libera circolazione dei lavoratori. La reazione del Liegi fu spietata: Bosman venne messo fuori rosa e il suo ingaggio ridotto a 275 euro mensili, il salario minimo previsto in Belgio. Il trasferimento al Dunkerque saltò definitivamente. A quel punto il centrocampista belga prese una decisione coraggiosa quanto rischiosa: fece causa al RFC Liegi, alla Federazione calcistica belga e all’UEFA, rivolgendosi direttamente alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in Lussemburgo. L’accusa era chiara: le norme vigenti costituivano una violazione dell’articolo 39 del Trattato di Roma del 1957, che sanciva la libera circolazione dei lavoratori all’interno della Comunità Europea.
La battaglia legale durò cinque lunghi anni. Anni in cui Bosman divenne una sorta di appestato per il mondo del calcio. Nessuna società professionistica voleva ingaggiare quello che consideravano un piantagrane, un pericoloso sovversivo che metteva in discussione l’intero sistema. Il belga provò a rilanciarsi lontano dai riflettori, volando fino all’isola di La Réunion, dipartimento francese nell’Oceano Indiano, dove giocò per la JS Saint-Pierroise. Poi vagò tra le serie minori francesi e belghe: Olympique Saint-Quentin, CS Saint-Denis, Olympic Charleroi. Ma erano esperienze marginali, molto lontane dal livello che aveva conosciuto.
Intanto UEFA, Federazione belga e RFC Liegi intuivano che il caso era epocale. Se Bosman avesse vinto, l’intera giurisprudenza calcistica europea avrebbe subito una totale revisione. I rapporti tra società e giocatori sarebbero cambiati per sempre. Per questo motivo la battaglia fu aspra e prolungata. Ma alla fine, il 15 dicembre 1995, arrivò la sentenza storica. La Corte di Giustizia Europea diede ragione a Bosman. I giudici stabilirono che il sistema vigente costituiva effettivamente una restrizione inaccettabile alla libera circolazione dei lavoratori, in palese contrasto con il Trattato di Roma. La sentenza aveva una valenza “erga omnes”, cioè valeva per tutti. Da quel momento, qualsiasi calciatore dell’Unione Europea poteva trasferirsi gratuitamente alla scadenza del proprio contratto, senza che la società di provenienza potesse pretendere indennizzi. Inoltre, un giocatore acquisiva il diritto di firmare un pre-contratto con un altro club se la durata residua del suo accordo era pari o inferiore a sei mesi. Ma la sentenza andò anche oltre: fu abolito il limite al numero di giocatori comunitari che una squadra poteva tesserare. Prima del 1995, ogni Federazione imponeva tetti rigidi. L’Italia, ad esempio, permetteva l’acquisto di stranieri illimitato ma solo tre potevano essere presenti tra campo e panchina. Da quel momento, i calciatori europei non erano più considerati stranieri nei campionati dell’Unione. Si apriva l’era dei “parametri zero” e della completa liberalizzazione del mercato. Quando la sentenza venne pronunciata, Jean-Marc Bosman aveva ormai trentun anni. Aveva perso i cinque anni migliori della sua carriera tra aule di tribunale e campionati minori. Il risarcimento che ricevette – 20 milioni di franchi belgi, circa 400.000 euro – venne quasi interamente assorbito dalle spese legali. Nessun club professionistico lo ingaggiò più. Nel 1996 chiuse definitivamente la carriera in una squadra di categoria minore, il Visé. Poi arrivò il declino personale: depressione, dipendenza dall’alcol, un matrimonio naufragato, problemi economici. Nel 2007 venne ricoverato in ospedale per disintossicazione. Nel 2012 una condanna per violenza domestica. L’uomo che aveva rivoluzionato il calcio viveva ormai di sussidi statali, in una modesta casa nella periferia di Liegi. Il suo unico amico fidato rimase Luc Misson, l’avvocato che lo aveva difeso. Oggi sopravvive grazie agli aiuti della FIFPro, l’associazione internazionale dei calciatori professionisti. Anni fa, in un’intervista, Bosman disse con amarezza: “Ho letto di un’offerta da 350.000 euro a settimana a Cristiano Ronaldo. Spero che sappia che quei soldi li deve in parte al mio sforzo”. Una frase che racchiude tutto il paradosso: l’uomo che spalancò le porte agli stipendi milionari rimase a mani vuote. Come lui stesso ebbe a dire: “Non sarò David Beckham, ma il mio nome resterà nella storia”. La sentenza Bosman ha effettivamente cambiato il calcio, nel bene e nel male. Gli stipendi dei calciatori nelle prime cinque leghe europee si sono moltiplicati per sette negli anni successivi, passando da circa un miliardo nel 1995-96 a 6,8 miliardi nel 2013-14. I grandi club hanno potuto costruire rose cosmopolite e competitive, attirando talenti da tutto il continente. La libera circolazione dei giocatori ha aumentato lo spettacolo e la qualità dei campionati principali. Ma c’è anche un rovescio della medaglia. Le società minori hanno perso la possibilità di trattenere a lungo i loro talenti migliori, che aspettano la scadenza del contratto per trasferirsi gratuitamente nei grandi club. Per non perdere possibili ricavi, le piccole società sono costrette a vendere presto i loro giocatori promettenti, indebolendo le proprie formazioni. Il divario tra club ricchi e poveri si è drasticamente ampliato. Un’indagine FIFA del 2009 rivelò che il campionato italiano era all’ultimo posto tra i cinque maggiori tornei europei per utilizzo di giovani del vivaio: solo il 12,8%, contro il 30,3% della Francia. L’Europa calcistica è diventata una specie di oligarchia, dove pochi club dominano stabilmente. Nel 2005 scoppiò anche il caso Moggi, con Inter, Milan, Lazio, Roma, Sampdoria, Udinese e Vicenza condannate per aver eluso le regole post-Bosman. La UEFA ha cercato di correggere il tiro: nel 2005 introdusse norme per incentivare l’utilizzo di giocatori formati nel proprio paese, senza però riuscire davvero a invertire la tendenza.
A trent’anni da quella sentenza storica, il dibattito resta aperto. La sentenza Bosman ha dato libertà e dignità ai calciatori, riconoscendo loro gli stessi diritti di qualsiasi lavoratore europeo. Ha eliminato vincoli medievali e ha modernizzato il calcio. Ma ha anche contribuito a creare un sistema sempre più sbilanciato verso i grandi club e verso un’élite di procuratori sempre più potenti. Jean-Marc Bosman rimane una figura tragica: l’eroe dimenticato che sacrificò la propria carriera per cambiare le regole del gioco. Il suo nome oggi è sinonimo di trasferimenti a parametro zero, ma pochi ricordano davvero chi era quell’uomo. Non è diventato ricco come i calciatori che hanno beneficiato della sua battaglia. Non ha goduto della gloria. Ma ha lasciato un segno indelebile nella storia del calcio europeo. E forse, come disse lui stesso, è già abbastanza per essere ricordato.

