Prima di congedarci, sul finire dell’intervista, Angelo Sparano mi racconta un ricordo.
Mi dice che prima, negli anni sessanta, i viali del lungomare di Salerno erano pieni di foglie di platani. Mi racconta che ci passeggiava insieme a sua moglie.
È un ricordo molto dolce e anche un po’ doloroso perché la moglie del professore è venuta a mancare da poco.
Gli avevo chiesto se la Salerno di oggi gli piace e lui ha detto di no.
È troppo caotica, osserva.
Insegnante di lettere in pensione, il professor Sparano aveva scritto un libro negli anni ‘80. Si intitolava “Salerno ieri”.
Il legame con la sua città è molto forte. Nei suoi libri più recenti, arrivati quasi quarant’anni dopo il primo, Angelo Sparano ha condensato tre sue grandi passioni: Salerno; il medioevo e i libri gialli.
Infatti, i suoi ultimi due lavori: “L’inganno e la vendetta” e “Ombre sulla scuola medica”, sono dei gialli di ambientazione storica.
Sono legati ma, ci tiene a precisare l’autore, è possibile leggerli da soli. Esistono dei rimandi, ma sono storie indipendenti anche se, confessa, sto lavorando a un terzo volume perché vorrei fare una trilogia.
Uno dei motivi che lo hanno spinto a scrivere una saga su Salerno è la volontà di sottolineare l’importanza della sua città in un’epoca, breve, ci tiene a precisare, in cui però Salerno è stata una delle città più importanti d’Italia.
Questa, afferma, è una cosa che nei libri di storia non viene sottolineata abbastanza.
La saga a cui sta lavorando, riguarda due figure fondamentali: Padre Pietro e il suo scrivano Matteo.
In qualche modo, queste due figure, hanno lo stesso equilibrio di altre celebri figure dell’immaginario del Mistero come Holmes e Watson o come Wolfe e Goodwin, quest’ultima tanto cara a Umberto Eco del quale, però, sia io che il professore Sparano, non abbiamo amato “Il nome della rosa”.
Quando gli chiedo come nasca il suo amore per Salerno, lui mi racconta che da bambino passeggiando con suo padre, ascoltava i racconti sul passato e, in qualche modo, da quei racconti è partito osservando, poi nel tempo, i cambiamenti della città.
Dice: come i miei personaggi hanno assistito alla nascita del Duomo, io ho visto la sua rinascita.
Mi racconta poi che da ragazzo era stato istruito da un prete, Don Arturo Carucci, alla cui figura si sente ancora legato.
Quando gli faccio notare che potrebbe aver traslato questa sua esperienza con Don Carucci nel suo romanzo, Sparano sorride, ammette che sia possibile come, del resto, fanno tutti gli scrittori in relazione alla propria esperienza.
Un’altra cosa che ho cercato di portare nel romanzo, confessa, è il metodo d’insegnamento che Don Pietro applica al giovane Matteo. Un metodo che era anche il mio con i miei allievi.
Scrive ancora a mano, scopro. Poi riporta tutto sul computer.
A casa, nel mio studio, con il professore ormai lontano, apro L’inganno e la vendetta, e leggo la dedica che ha scritto per sua moglie: A Franca, che ha aspettato pazientemente il mio ritorno al presente… E poi penso all’uomo che ho intervistato, così gentile, educato, che mi ha raccontato di quelle passeggiate con sua moglie lungo viali pieni di foglie cadute e mi chiedo se sia vero che è tornato al presente e forse è meglio così.

