Manifestazioni di massa in sostegno del governo, cori contro i “traditori”, i manifestanti accusati di essere al soldo dei nemici della Repubblica Islamica: quella di ieri è stata la giornata della mobilitazione dei sostenitori del governo degli ayatollah, scesi in piazza nella capitale Teheran e in numerose altre città del Paese.
Una risposta forte, che arriva dopo due settimane di proteste antigovernative: manifestazioni nate contro l’aumento del costo della vita e ben presto caricatesi di valenza politica. Soprattutto dopo l’invito dell’erede al trono Reza Pahlavi – sostenuto da Israele – al popolo iraniano a scendere in piazza per rovesciare la Repubblica Islamica.
Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato ai diplomatici stranieri che la situazione è ora sotto controllo, sottolineando che le proteste hanno assunto un carattere violento per dare un pretesto agli Stati Uniti per intervenire in Iran. E del resto è stato lo stesso Trump a dire più volte che Washington valuta la possibilità di un intervento a sostegno dei manifestanti.
Dal ministro degli Esteri sono arrivate accuse a “Paesi stranieri” (leggasi Israele, nda) di aver armato alcune frange di manifestanti; Araghchi ha dichiarato che le autorità sono in possesso di immagini e confessioni, mentre le forze di polizia stanno dando la caccia agli agenti stranieri.
Difficile, al momento, dire quale sia realmente la situazione nel Paese, considerato che il blocco della rete internet ordinato dal governo ha sensibilmente ridotto il volume delle informazioni non controllare dalle autorità in uscita dall’Iran. Blocco che dovrebbe progressivamente rientrare, come ha annunciato lo stesso Araghchi, anche se non ci sono tempi certi in proposito.

