Che l’Italia, a dispetto del caldo torrido di questi ultimi mesi, viva da tempo in un lungo inverno demografico è cosa nota, così come è tragicamente evidente l’assenza di ogni politica di medio periodo finalizzata ad invertire la tendenza. O almeno a provarci.
A parte una serie discutibile di bonus di dubbia efficacia, finora nulla di realmente incisivo si è visto. Del resto, senza una visione di lungo periodo difficile ragionare in una prospettiva che vada oltre la prossima scadenza elettorale, traguardo massimo per le classi politiche – e dirigenti in senso lato – meridionali e nazionali.
In questo contesto di per sé difficile, la situazione del Mezzogiorno presenta alcune specifiche criticità che lasciano intravedere un futuro preoccupante: le proiezioni al 2050 – venticinque anni per i processi demografici sono un tempo breve – disegnano un’Italia più vuota e più vecchia.
Anzi, disegnano diverse Italie: l’82% della riduzione di popolazione, secondo le stime Svimez, sarà assorbita dalle regioni del Mezzogiorno, che perderanno un terzo degli abitanti e, soprattutto, un terzo dei giovani. Dal 2001 ad oggi si sono venute a creare due dinamiche demografiche ben differenziate tra Centro-nord e Sud, con il primo blocco che riesce a compensare con l’immigrazione interna e dall’estero il calo della popolazione, mentre il Mezzogiorno risulta poco attrattivo non solo per i suoi cittadini, ma anche per gli stranieri, finendo così per spopolarsi. Dal 2001 al 2023 le regioni meridionali hanno perso 1,5 milioni di abitanti, compensate solo parzialmente dall’arrivo di 720mila stranieri; nello stesso lasso di tempo le regioni centro-settentrionali hanno visto la propria popolazione crescere di 2,7milioni di persone grazie ad un massiccio afflusso di immigrati.
Il peso demografico del Mezzogiorno si va quindi progressivamente riducendo: se nel 2001 la popolazione meridionale era pari al 36% del totale nel 2023 era il 33,5% , con una tendenza costante alla riduzione. Il cambiamento in atto non è solo quantitativo, ma anche “qualitativo”. Le regioni meridionali, infatti, non solo vedranno contrarsi la popolazione, ma per l’effetto combinato di calo delle nascite ed emigrazione interna avranno abitanti sempre più vecchi. Dunque minori energie con cui mantenere vivi i territori e provare – al momento improbabili – strategie di rilancio.
Già oggi lo squilibrio generazionale è evidente: al Sud il rapporto tra popolazione over 65 e under 65 (indice di vecchiaia) è passato dal 96,9 del 2000 al 186,5 del 2023, omologandosi in buona sostanza a quello dell’Italia centro-settentrionale (206,9 al 2023).
Dati che fotografano una impietosa realtà ormai nota a tutti: l’Italia – ed il Mezzogiorno in particolare – non è capace di offrire ai suoi giovani sufficienti opportunità di realizzazione personale e professionale. Le regioni meridionali risultano addirittura poco attrattive anche per gli immigrati, salvo quelli privi di qualsivoglia formazione o specializzazione professionale. Conseguenza diretta è la costante emigrazione verso le regioni settentrionali – a parziale compensazione del calo demografico di quel pezzo d’Italia – e verso l’estero dei giovani meridionali. In particolare di quelli maggiormente qualificati. Circa il 30 dei giovani tra i 25 ed i 34 anni che decide di emigrare all’estero (Regno Unito e Germania le mete principali) è laureato; nel caso dei giovani laureati meridionali il percorso solitamente prevede prima un trasferimento nelle regioni settentrionali, poi all’estero.
Un “doppio salto” che rappresenta un doppio fallimento del sistema Paese: le risorse investite per la formazione di questi giovani non restano al Sud, ma neanche nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale. Le misure messe in campo per favorire “il rientro dei cervelli”, pur avendo avuto un impatto positivo, non sono riuscite finora ad invertire la tendenza di fondo.
È in questo contesto che le previsioni Istat disegnano l’Italia del 2050, un Paese con ben 4,5 milioni in meno di abitanti. Un calo frutto del crollo delle nascite come della riduzione dei flussi migratori in ingresso a causa della minore attrattività del sistema.
Un “vuoto” molto più avvertito al Sud, dove mancheranno all’appello 3,6 milioni di abitanti, con la Basilicata che, stando alle previsioni, vedrà una contrazione record della popolazione del 22,5%. Più di tutto mancheranno oltre 800mila giovani under 15: in pratica ci saranno tre anziani per ogni giovane. La tradizionale visione di un Mezzogiorno popoloso e giovane è già ora da consegnare alla storia, resta l’interrogativo sull’impatto che questa “rivoluzione demografica” avrà sulla sostenibilità del sistema socio-economico meridionale.
Al momento c’è poco da essere ottimisti.

