La portaerei Ford, con tutto il suo gruppo di battaglia, sta lasciando il Mediterraneo per rischierarsi nel Mar dei Caraibi, settore che dovrebbe raggiunmgere nel giro di una decina di giorni.
Si fa sempre più forte, dunque, la pressione militare statunitense sul Venezuela di Nicolas Maduro. Ufficialmente per contrastare l’attività dei cartelli del narcotraffico, in realtà nella speranza di favorire un cambio di regime dopo il fallimentare tentivo di Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente nel gennaio del 2019. Un flop privo di reale consenso popolare, a dispetto del sostegno degli Stati Uniti e di numerosi Paesi euro-occidentali (Italia compresa).
Nelle ultime settimane la strategia messa in campo dalla Casa Bianca passa più dal piano militare che da quello politico: lentamente è stato costruito un imponente dispositivo militare nei Caraibi, con il pretesto di contrastare l’esportazione di droga negli Stati Uniti. Diverse imbarcazioni utilizzate dai narcos sono state affondate, una trentina di persone ha perso la vita a seguito dei raid statunitensi.
Il dispositivo militare messo in piedi è, tuttavia, più che sovradimensionato rispetto all’azione di contrasto di questo tipo di traffici illegali (considerato anche che la maggior parte delle droghe entra negli Usa attraverso il confine messicano).
Più che il contrasto al narcotraffico, al centro degli interesso statunitensi vi sono le grandi riserve petrolifere venezuelane – prime al mondo -, attualmente sfruttate solo in minima parte a causa delle sanzioni e dell’arretratezza degli impianti. Il sottosuolo di Carcas, poi, è ricco di materie prime critiche, tra cui le terre rare indispensabili per i settori ad alta tecnologia. Quanto basta, insomma, per accendere i riflettori di Washington sul potenziale strategico del Venezuela.

