Il petrolio sfonda quota 90, timori per la bolletta energetica

Ad una settimana dall’inizio della guerra nel Golfo Persico, mentre i violenti bombardamenti statunitensi ed israeliani non sono riusciti né a far implodere la Repubblica Islamica né ad impedire la sua reazione militare, lo spettro di uno shock energetico si fa sempre più concreto. A fine giornata viene superata la soglia simbolica dei 90 dollari a barile: il Brent, infatti, raggiunge quota 91,05. Solo una decina di giorni fa – il 25 febbraio – il prezzo di un barile di petrolio Brent era di 71,14: 20 dollari in meno. Anche il prezzo del petrolio Wti veleggia ormai verso i 90 dollari al barile.
La soglia dei 100 dollari al barile si avvicina rapidamente, mentre diversi analisti ipotizzano che si potrebbe arrivare anche ad un costo di 120/130 dollari al barile in caso di blocco prolungato dello stretto di Hormuz. Blocco che sta già facendo sentire i suoi effetti: il traffico marittimo in quel tratto di mare, dove transita circa il 20% del gas e del petrolio destinato ai mercati mondiali, si è ridotto praticamente a zero.
A rendere il quadro ancora più fosco l’annuncio arrivato nel corso della giornata di ieri: il Kuwait ha iniziato a ridurre la produzione di petrolio, vista l’impossibilità di esportarlo. Tre giorni fa il Qatar aveva comunicato la propria decisione di bloccare la produzione di Gnl.
Notizie che alimentano le tensioni sui mercati e lasciano intravedere la concreta possibilità di una stangata sulla bolletta energitica dei Paesi europei, alle prese con un’economia già in crisi. Del resto i primi effetti sono già ben visibili alle stazioni di rifornimento, con i prezzi di benzina e diesel in costante aumento.
In questo quadro caratterizzato da tensioni e preoccupazioni c’è anche chi ha motivo per rallegrarsi: la riduzione delle esportazioni dai Paesi del Golfo Persico ha consentito alla Russia non solo di aumentare le vendite di petrolio e gas, ma anche di aumentare i prezzi. Se prima Mosca era costretta a vendere ad un prezzo inferiore a quello del Brent a causa delle sanzioni, ieri per la prima volta il petrolio russo ha spuntato un prezzo pari o, in qualche caso, addirittura superiore. Una vera manna dal cielo per le casse russe alle prese con i costi della guerra in Ucraina.
Vantaggio economico, ma anche politico perché Mosca si conferma fornitore affidabile e pronto a rispondere alle mutevoli esigenze del mercato. E in grado di mettere seriamente in difficoltà i propri avversari: ad inizio settimana il presidente Putin ha detto che Mosca potrebbe reindirizzare verso l’Asia i flussi di gas ancora diretti in Europa, anticipando di fatto il piano europeo che punta a eliminare completamente il gas russo entro il 2027.
È di tutta evidenza che se realmente la Federazione Russa dirottasse subito verso altri mercati le proprie forniture di gas l’Unione Europea si troverebbe in grande difficoltà, considerato che uno dei fornitori alternativi individuati – il Qatar – in questo momento non è in grado di soddisfare la domanda europea. Certo, si potrebbero aumentare le forniture statunitensi, ma a quali costi? Il Gnl che arriva da oltre Atlantico è già più caro di quello reperibile su altri mercati.
Ancora una volta, dunque, l’Unione Europea si trova a recitare la parte del vaso di coccio tra vasi di ferro.

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