I primi mondiali in Asia, il boom in tv e la vittoria dei fenomeni del Brasile

Con la loro cadenza quadriennale i Mondiali hanno scandito nel corso del tempo le tappe della storia del calcio. Insieme a questo sport si sono evoluti, cambiando formula e interpreti man mano che gli anni, i lustri e i decenni scorrevano inevitabilmente. Alcuni più di molti altri hanno rappresentato dei crocevia importanti, sono stati il manifesto di una generazione calcistica e non solo: Brasile ’50 ha rappresentato la rinascita dopo gli orrori della guerra, Messico ’70 ha consacrato il calcio come fenomeno pop mondiale, ha mandato in pensione il pallone di cuoio marrone e la Coppa Rimet, iniziando un lento ma inesorabile percorso verso l’era moderna del football. Corea-Giappone 2002 rappresenta un altro importantissimo step dell’evoluzione del movimento: possiamo affermare che quel percorso iniziato negli anni ’70 è ormai arrivato al traguardo, il football è lo sport più importante al mondo, seguito da miliardi di appassionati sparsi in tutto il globo. Il primo Mondiale del nuovo millennio è uno spettacolo senza precedenti: gli occhi del mondo puntano verso l’estremo oriente, dove un’intera generazione di fenomeni si sfida per decretare quale sia la nazionale più forte. Lo spettacolo è garantito, il guadagno pure, il torneo è illuminato da un numero incredibile di stelle. Dall’altra parte saranno numerose anche le ombre, che investiranno la Fifa e in maniera particolare Blatter, infittite anni dopo addirittura dall’FBI, ma questa è un’altra storia. La squadra che si aggiudicherà la vittoria in quella mirabolante edizione sarà il Brasile di Luiz Scolari, una formazione pazzesca che si candida tranquillamente come una delle compagini più forti della storia del calcio.
Fallita la Controriforma che aveva riportato un tecnico federale (Cesare Maldini) sulla panchina della nazionale, gli azzurri vengono affidati a una leggenda vivente come Dino Zoff, che bene ha fatto alla guida di Juventus e Lazio. L’Euro 2000 è insieme esaltante e drammatico, con la finale persa al golden gol contro la Francia, dopo aver visto sfumare la vittoria in pieno recupero. All’indomani della gara, Zoff rassegna le dimissioni, in polemica con le critiche piovutegli addosso da Berlusconi. Spazio, quindi, ad un altro mostro sacro delle panchine, Giovanni Trapattoni.
Gli azzurri ringalluzziti dal Trap arrivano “sparati” ai Mondiali asiatici strapazzando in un girone di qualificazioni tutto est-europeo Ungheria, Romania, Georgia e Lituania. Lo “score” parla di sei vittorie, due pareggi (contro Ungheria nel match di apertura e con Lituania a giochi ormai fatti) e zero sconfitte. La squadra azzurra, impermeabile in difesa con solo tre reti subite viene data naturale favorita alla pari del Brasile.
I mesi che precedono l’avventura mondiale sono altalenanti. In marzo l’Italia ottiene una bella vittoria in amichevole contro l’Inghilterra a Leeds grazie ad una splendida doppietta di Montella ma l’ultima “prova” prima di volare in Giappone/Corea è una stecca. A Praga la Repubblica Ceca batte 1-0 un’Italia improvvisamente scopertasi Totti-dipendente. Questi comunque i 23 moschettieri scelti dal Trap per il Mondiale 2002. Portieri: Buffon (Juve), Toldo (Inter), Abbiati (Milan). Difensori: Maldini (Milan), Iuliano (Juve), Cannavaro (Parma), Materazzi (Inter); Coco (Barcellona), Nesta (Lazio), Panucci (Roma). Centrocampisti: Di Livio (Fiorentina), Zambrotta (Juve), Gattuso (Milan), Tommasi e Totti (Roma), Di Biagio e Zanetti (Inter), Doni (Atalanta). Attaccanti: Del Piero (Juve), Inzaghi (Milan), Vieri (Inter), Montella e Delvecchio (Roma).
Il 30 giugno di venti anni fa all’International Stadium di Yokohama va in scena l’atto finale del Mondiale del 2002, che vede affrontarsi la Germania di Voeller e la sopra citata nazionale verdeoro. A dirigere il match c’è il nostro Pierluigi Collina.
La squadra di Scolari ha finora soltanto vinto, gioca un calcio entusiasmante e l’undici titolare fa venire i brividi solamente a nominarlo: in porta gioca Marcos, che non è Gylmar ma è comunque affidabile, la difesa a tre è composta da Lucio, Edmilson e Roque Junior, aiutati in mediana da Kleberson e Gilberto Silva; sulle fasce spingono a tutto campo Cafu e Roberto Carlos, mentre davanti dà spettacolo la filastrocca delle “tre R”, Ronaldinho-Rivaldo-Ronaldo. Dall’altro lato la Germania è senza dubbio un’ ottima squadra, ma ha approfittato di un tabellone piuttosto abbordabile, affrontando il Paraguay agli ottavi, gli Usa ai quarti e in semifinale la Corea trascinata da Byron Moreno e Gamal Al-Ghandour. Tra l’altro Voeller si trova a dover affrontare la finale senza il faro del suo centrocampo, Michael Ballack, fermo per squalifica. Il match è abbottonato almeno per i primi minuti, con la Germania che tiene il pallino del gioco e il Brasile che cerca di spingere in contropiede. I tedeschi, nonostante il maggior possesso palla, non si rendono quasi mai pericolosi dalle parti di Marcos, mentre i verdeoro danno l’impressione di poter andare in gol in più di un’occasione. La partita si sblocca nella ripresa, quando poco dopo il ventesimo Kahn si lascia sfuggire il pallone sulla conclusione di Rivaldo, un tiro non irresistibile sul quale si getta Ronaldo e ribatte in rete. La Germania non riesce a superare la doccia fredda: una decina di minuti più tardi il Fenomeno sigla la doppietta personale al termine di un’azione splendida in seguito allo splendido velo di Rivaldo. Il Brasile è sul tetto del mondo per la quinta volta, per i tedeschi invece arriva la quarta sconfitta in una finale Mondiale.

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