«Totalmente inaccettabili». Così il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen ha definito le pretese statunitensi sulla Groenlandia, «idee che non rispettino l’integrità territoriale del Regno di Danimarca e il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese» le ha diplomaticamente definite Rasmussen.
Resta, dunque, un profondo disaccordo tra danesi e groenlandesi da un lato e statunitensi dall’altro. Questo il risultato del vertice, durato poco meno di un’ora, Casa Bianca fra il vicepresidente statunitense James Vance e il segretario di Stato Marco Rubio da un lato e il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e il suo omologo groenlandese Vivian Motzfeldt. Tema della discussione ovviamente il futuro della Groenlandia.
Il possesso dell’isola, territorio autonomo del regno di Danimarca, è rivendicato con crescente forza dal presidente statunitense Trump, secondo cui il controllo della Groenlandia è indispensabile per garantire la sicurezza degli Stati Uniti, soprattutto a fronte di una crescente presenza russa e cinese nello scacchiere dell’Artico.
Rivendicazioni respinte al mittente da Copenaghen e Nuuk, divise sul futuro assetto dell’isola – status quo o indipendenza – quanto concordi nel rifiutare l’idea di fare della Groenlandia il 51° stato degli Usa. Uno stato enorme e praticamente disabitato – solo 57mila i residenti – ma ricco di risorse minerarie e, soprattutto, collocato in posizione strategica, lungo rotte che il disgelo rende praticabili con sempre maggior facilità.
Il no danese a qualsiasi pretesa statunitense è sostenuto dagli altri Paesi dell’Unione Europea, in particolar modo dagli scandinavi, anche se non mancano sfumature diverse rispetto alla posizione americana.
Posizione che, al netto dell’ostilità europea, non sembra destinata a mutare, neanche dopo il vertice di ieri a Washington. Poco prima del colloquio è stato lo stesso Trump a rilanciare, con un post sul social Truth, l’idea di un controllo diretto dell’isola da parte americana. «Gli Stati Uniti – ha scritto Trump – hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale. È vitale per l’Iron Dome (il sistema di difesa antimissile, nda) che stiamo costruendo. La Nato dovrebbe farci da apripista per ottenerla. Se non lo faremo noi, lo faranno la Russia o la Cina, e questo non accadrà».
Nel suo post l’inquilino della Casa Bianca liquida anche i timori per una possibile implosione dell’Alleanza Atlantica, rivendicando il peso fondamentale degli Stati Uniti al suo interno: «Senza l’enorme potere degli Stati Uniti, la Nato non sarebbe una forza o un deterrente efficace, nemmeno lontanamente. La Nato diventa molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti. Qualsiasi cosa di meno è inaccettabile».
Poco prima dell’inizio del colloquio con i ministri danese e groenlandese il concetto è stato ribadito con la pubblicazione sull’account della Casa Bianca di una vignetta (riportata in pagina) dal significato fin troppo evidente.
Intanto la Danimarca prova a placare le ansie sicuritarie di Washington – che in Groenlandia ha già una base militare attiva – annunciando il rafforzamento della propria presenza militare sull’isola e nelle sue prossimità. Il dispiegamento è iniziato già ieri, anche in vista di un’esecitazione che coinvolgerà anche altri Paesi alleati. Tra questi figura la Svezia, che ha già annunciato l’arrivo in Groenlandia di alcuni ufficiali per preparare «le prossime fasi dell’esercitazione danese Operation Arctic Endurance», come ha scritto il premier Kristersson su X.
Della partita saranno anche militari norvegesi, francesi e tedeschi, come annunciato dopo la conclusione del vertice alla Casa Bianca. Resta, però, da vedere quale sarebbe l’effettiva reazione di queste forze (poco più che simboliche, al momento) dinanzi a un colpo di mano militare statunitense.

