È un filo sottile, che rischia di spezzarsi in ogni momento, quello che tiene Iran e Stati Uniti ancora al tavolo della trattativa: mentre arriva la conferma di una nuova tornata negoziale tra le delegazioni dei due Paesi, la Casa Bianca ipotizza di inviare una terza portaerei – la Gerald R. Ford – verso il Golfo Persico. E, come se non bastasse, trapelano ulteriori notizie sul rafforzamento del dispositivo militare statunitense nella regione.
Ma andiamo con ordine. Grazie alla mediazione dell’Oman, Stati Uniti ed Iran si ritroveranno martedì a Ginevra per proseguire nel tentativo di raggiungere un accordo sul dossier nucleare di Teheran. A guidare la delegazione americana saranno il consigliere senior di Trump Jared Kushner e l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, mentre ministro degli Esteri Abbas Araghchi capeggerà la delegazione iraniana; quasi certa la partecipazione del ministro degli Esteri dell’Oman Badr al Busaidi.
In vista dell’incontro Teheran ha più volte ribadito la propria disponibilità a raggiungere un’intesa sull’arresto del procedimento di arricchimento dell’Uranio, dicendosi nel contempo indisponibile a mettere sul tavolo della trattativa limitazioni al proprio arsenale missilistico, come chiesto da Washington. Anche per questo i colloqui non sembrano nascere sotto una buona stella, con il segretario di Stato Rubio che ha sottolineato che un accordo, sebbene auspicato da Trump, «è molto difficile da realizzare».
Più delle parole di Rubio, però, a sollevare dubbi sulle reali intenzioni statunitensi sono le notizie, riportate in esclusiva dall’agenzia Reuters, secondo cui le forze armate statunitensi si stanno preparando a sostenere un conflitto dalla durata di più settimane con l’Iran, qualora dalla Casa Bianca arrivasse l’ordine di attacco. I pianificatori statunitensi non vedono all’orizzonte un’operazione di portata limitata come l’attacco ai siti nucleari dello scorso anno, né uno scontro come quello che ha opposto Teheran a Tel Aviv in occasione della guerra dei dodici giorni: lo scenario ipotizzato sembra essere quello di un conflitto prolungato, probabilmente destinato a sfociare in una guerra regionale.
Ipotesi che sembra corroborata dalle ultime dichiarazioni di Donald Trump, secondo cui il rovesciamento della Repubblica Islamica «sembra che sarebbe la cosa migliore che potrebbe accadere».
Dopo aver evocato il cambio di regime Trump ha rilanciato, seppur nel suo solito stile, sulla possibilità di una soluzione diplomatica: «L’Iran deve accettare l’accordo che avrebbero dovuto approvare fin dall’inizio. Se ci daranno l’accordo giusto, allora non lo faremo (non attaccheremo, nda). Vogliono parlare, ma finora parlano molto e non agiscono. Non vogliamo alcun arricchimento».
In questo contesto caratterizzato da grande incertezza è tornato a farsi sentire Reza Pahlavi (foto), figlio dell’ultimo Scià, autocandidatosi a guidare la transizione iraniana. Il tentativo di Pahlavi, in realtà, non è nuovo, considerato che già in passato – e sempre in occasione della conferenza sulla sicurezza di Monaco – l’erede al Trono del Pavone si è proposto come alternativa possibile al regime degli ayatollah, incassando il gradimento anche di Israele. Secondo Pahlavi la Repubblica Islamica rappresenta una minaccia tanto in patria che all’estero, considerato il sostegno che offre a movimenti islamici estremisti. «L’unico modo per eliminare tutti i problemi in una volta – ha concluso Pahlavi – è che questo regime non esista più».

