Chiuso il capitolo regionali, la campagna referendaria entra nel vivo anche in Campania: dopo Napoli anche Salerno vede la nascita di un comitato per il “Sì” al referendum sulla riforma della giustizia. Tra i promotori anche Donato Salzano, storica figura del mondo radicale. A lui abbiamo chiesto di illustrare motivi alla base di questa scelta.
«Certo che Sì, a partire dalla separazione delle carriere per un giudice terzo nel processo, quello disegnato nella sua riforma dalla medaglia d’oro alla resistenza Giuliano Vassalli e quello del CSM per liberare il magistrato dalle correnti partitocratiche, ma soprattutto la responsabilità civile diretta dei magistrati per colpa grave e dolo. Con l’unica riforma di per sé strutturale: dalla custodia cautelare, la irragionevole durata dei processi e i suoi carichi pendenti nel Penale, così da liberare risorse sul Civile e umanizzare poi il fine pena nelle sovraffollate e illegali carceri italiane, con la liberazione anticipata speciale, cosi come disposto dal sentenziato dell’altro ieri della Corte e dal dettato Costituzionale sull’amnistia e l’indulto.
Certo che Sì alla separazione, quella voluta da Giovanni Falcone, vuole dire: la storia della nostra militanza, mia personale e politica di noi Radicali. Mica quella di Meloni e di ex-Nordio senza la centralità pannelliana della riforma strutturale, senza la Giustizia Giusta dei Tortora, Sciascia e appunto Pannella. Il caso Tortora non si può ancora oggi liquidare quale mero errore giudiziario, perché non lo è affatto. Anzi, piuttosto è la cifra paradigmatica e il manifesto della continuata e reiterata violazione nei decenni dello Stato di diritto e delle Convenzioni internazionali su i diritti umani, per cui il nostro Paese è stato più volte condannato».
Perché, a suo giudizio, sul tema della riforma del sistema giustizia – che tutti giudicano in sofferenza – è così difficile elaborare soluzioni condivise, in particolare con quegli ampi settori della magistratura che sembrano essere pregiudizialmente scettici su ogni intervento che modifichi gli assetti esistenti?
«La storia di questo Paese è caratterizzata per massima parte, quasi esclusivamente da occupazioni sistematiche di questi partiti di regime, spesso violente, di ogni parte vitale e civile dello Stato, con l’obiettivo di privare i cittadini di ogni diritto più elementare, tra questi quello di avere un giudizio equo e sereno, con un giudice che non solo debba essere davvero terzo, ma che debba anche apparirlo nei suoi comportamenti. Quello che avviene nella stragrande maggioranza dei Paesi di democrazia liberale, dove le carriere dei magistrati sono separate e si afferma lo Stato di diritto.
Poi le poche incursioni della riforma hanno ottenuto sempre la reazione manu militari della magistratura associata, quale cane da guardia a tutela di un più che sessantennale regime dei partiti. Basti pensare che gli stipendi dei magistrati, non a caso, sono agganciati agli emolumenti dei parlamentari. Neppure la proposta targata ex-Nordio/Meloni si guarda bene di toccare, per di più di abolire gli scatti automatici in carriera, che al loro culmine vede un esercito di Consiglieri di Cassazione per le sole nove sezioni, gli esuberi evidentemente a casa lautamente pagati per non fare nulla o farsi nominare con disinvoltura in Parlamento da questi partiti».
Molti critici della riforma paventano il rischio di subordinazione della magistratura alla politica, è un timore fondato?
«La foglia di fico sbandierata di una autonomia e indipendenza della magistratura, quando da sempre quest’ultima è legata a doppio filo al potere particratico. L’obiettivo dei riformatori evidentemente è quello di restituire chi giudica alla lettera dell’art.104 della Costituzione e allo spirito dei padri costituenti. Le varie magistrature associate sono per questo certamente ferocemente contrarie, per impedire al giudice di essere terzo nel processo, privo di ogni condizionamento e sganciato dalle carriere della pubblica accusa, così da avere finalmente un giudice forte, effettivamente autonomo e indipendente a garanzia e tutela di chi viene giudicato».

